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Forse Peter Pink di patate non se ne intende come quell’altro signore là di cui adesso mi sfugge il nome e che le aveva provate un po’ tutte. Forse non ne ha conosciute di provenienti da tutto il mondo, ma le sue, di sicuro, il giro del pianeta l’hanno fatto sul serio. Camminando nei quartieri di New York o passeggiando per Berlino, infatti, state all’erta: potrebbe capitarvi di notare dei piccoli tuberi con strani occhialetti rosa, intenti a fissarvi ostinatamente dal basso.

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Intente in un sit-in davanti alle vetrine di qualche McDonald’s (colpevole di aver fatto a fette e fritto un’innumerevole quantità di loro simili), distese a prendere il sole o impegnate a sciare sui cofani di macchine innevate, infatti, le patate con gli occhiali fluo possono spuntare un po’ dappertutto. Con loro, gli immancabili balloon e i cartelli su cui scrivere messaggi e pensieri; perché, si sa, i tuberi non possono parlare.

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Ma le patate di Peter Pink non sono semplici tuberi: hanno un’anima irriverente, sono ribelli e dotate di un umorismo che farebbe invidia a molti umani. Un po’ come il loro misterioso padre, che in una striminzita biografia si definisce semplicemente “creatore di nonsense” e porta avanti esperimenti do street art politicamente scorretti, sempre intrisi di un’irresistibile, per quanto amara, ironia.

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Anche queste patate, nonostante siano oggettivamente buffe, sono comiche solo in superficie: sotto la buccia (è proprio il caso di dirlo) si nascondono temi molto più delicati e profondi, dalla politica alla giustizia, dalla società al senso della vita.

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Non male per un tubero che, fino ad ora, abbiamo associato al massimo alla cucina. Oppure anche quell’altra cosa, ma sapete com’è, oggi mi sfuggono un sacco di nomi.

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