Tor Sapienza.

In una domenica qualsiasi di giugno, mentre Roma si svuota e si prepara ad ospitare nelle zone marittime una massa informe di gente pronta a vivere la sua giornata sdraiata al sole o a giocare a racchettoni, c’è invece chi raggiunge la periferia orientale della città.

Tra via Prenestina e via Collatina ci sono quattro L ampie che formano una corte, al centro c’è un prato e il verde è curato.

Camminando, il senso claustrofobico dei palazzi sopra la testa si annulla man mano ti avvicini verso il nucleo di questo complesso edilizio composto da una fila di edifici più bassi che riportano sopra ogni saracinesca arrugginita le insegne di un alimentari, più avanti di un tabacchi e proseguendo di un agenzia immobiliare.

A Tor Sapienza funziona solo una cosa, come sostengono alcuni ragazzi che abitano lì: i parcheggi sotterranei.

Mi fa riflettere il fatto che in un sistema sviluppato in altezza e in profondità l’unica cosa che funzioni sia qualcosa che non vede la luce del sole.

La gente abita le sue case e anche se davanti agli occhi hai un paesaggio oramai decaduto, ti mette calma camminare e accorgerti cosa voleva essere quel posto durante gli anni “in cui si sperimentavano sistemi nuovi per far star bene la gente”.

Ogni piano contiene una fila di cemento che serve da porta piante per ogni terrazzo che lo compone, alcuni hanno deciso di abitare nella parte bassa, vicino ai servizi, costruendo da soli la casa; un esercizio di bricolage che ricuce insieme due necessità: il vivere e l’usufruire dei servizi (inesistenti) sottostanti.

Lo scorso mese ha aperto una gioielleria, alcuni credevano fosse finalmente un segno di cambiamento, ma purtroppo ha chiuso dopo un mese e come sempre ci si è rifugiati nei parcheggi che sono di certo una garanzia in questa parte di Roma.

Ad un certo punto si decide di andar via e scopro che proprio accanto, addossata al sedere di una L, stanno costruendo una chiesa.

Sicuramente, come la gioielleria, farà risplendere di vita propria una zona che ha solo bisogno di qualcosa che attragga qualcuno come me, che una domenica di metà giugno, preferisce al mare lo scheletro di una città.