Holland Park.


A prima vista può sembrare uno dei tanti parchi londinesi, solo un po’ meno frequentato e un po’ più aristocratico, data la collocazione nel cuore del West End. Un’oasi nell’oasi, chiuso da muraglioni, quasi insonorizzato, in autunno pavimentato di foglie come un tappeto assorbi-rumori. Ci sono i prati, le aiuole, le panchine, il laghetto, il palazzo-residenza nobiliare, Holland House, dal nome di uno dei passati propietari, Henry Rich (ma va?), primo conte di Holland. Fin qui, tutto nella norma.

Eppure questo parco rivela man mano le sue peculiarità. Prima di tutto, accanto alle solite anatre e ai soliti cigni (soliti si fa per dire, per noi italiani che la prima volta a Londra iniziamo a squittire e scattare foto agli scoiattoli sotto lo sguardo perplesso dei passanti), dicevo – oltre ai pennuti classici, qui troviamo i pavoni, che a Londra è piuttosto raro.
Per i più sportivi c’è un campo da cricket. Se il cricket vi sembra troppo movimentato, coi suoi tiri da fermi, le sue corsette di due metri e le ore immobili da esterno (sì, sono ironica), potete giocare a scacchi. Scacchi giganti.

Se il grado di meditazione permesso dagli scacchi o da una panchina al sole sotto un sicomoro non è ancora sufficiente, c’è un giardino zen. Se invece siete del partito degli epicurei, che medita meglio a tavola apparecchiata, il ristorante Belvedere (chef Marco Pierre White) offre cibo di alta qualità in ambiente elegante. Se però siete della categoria epicurei-low-badget, non dimenticate che la secentesca Holland House ospita un ostello, comprensivo di ‘mensa’ aperta al pubblico, dove molto tempo fa io e i miei amici gustammo degli spaghetti alla bolognese davvero dignitosi per l’epoca: l’epoca pre-masterchef, pre-Nigella Lawson, pre-Jamie Oliver, per intenderci. Insomma, ce n’è per tutti i gusti.