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In piena “Pasolini Renaissance”, dopo le mostre e i post su facebook degli adolescenti che citano le opere del poeta emiliano, ecco che PPP arriva pure al cinema, diretto da Abel Ferrara. Ad interpretarlo Willem Dafoe, il Goblin maledetto di Hollywood, che con quella faccia inconfondibile ci ha fatto credere per lungo tempo di essere impossibile da trasformare, plasmare, adattare a nuovi volti. Ma come Willem che fa Pasolini? Con quegli occhi spiritati e chiari, il volto segnato, affilato, tagliente, con quel sorriso crudele. Come farà? Come diverrà tondeggiante e terreno, dolci e profondi occhi scuri velati di malinconia, una figura tozza e mani da contadino, un personaggio, insomma, tutto corporeo, legato irrimediabilmente alla terra.

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E invece Willem c’è riuscito a farsi dimenticare, a nascondersi, a scomparire. Ed ecco Pier Paolo nel suo ultimo giorno di vita. Il primo Novembre 1975. Non una vita intera dunque quella ricostruita da Ferrara, ma un giorno solo, chissà se non il più importante. Il bacio di una madre, un pranzo, e poi Ostia, la sua carissima e letale Ostia. Abel non racconta Pasolini, convinto che la sua natura tutta terrena non si possa davvero restituire, ma ce lo mostra, dall’esterno, come una fotografia in movimento.

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Dunque attraverso l’occhio dell’altro, quella spiona che è la macchina da presa ma anche le comparse di quella giornata: la madre Susanna, Furio Colombo, Laura Betti, Graziella, Nico Naldini e poi lui, l’assassino, Pino Pelosi. Non un racconto dunque, ma un sogno, onirico nella messa in scena e nel linguaggio, composto di frammenti, visioni, suggestioni che mischiano l’incoscio di Ferrara a quello collettivo e ci restituiscono un Pier Paolo privatissimo e al contempo universale, così com’è contaminato dallo sguardo di tutti, che piomba su di lui – dalla nascita alla morte – convinto di riuscire a svelare un “mistero”, trovare una chiave, dirci chi è.

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Ecco che siamo noi dunque gli assassini, tutti in fila a massacrar di botte Pasolini, nel tentativo di possedere la sua anima, al di là del racconto e della poesia, di un uomo che ha vissuto col corpo e per il corpo, capace com’era di rendere anche il pensiero materia, e per il corpo è morto, portando nella tomba il suo segreto.

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A noi, come tanti stupidi voyeur, non rimane che guardare, ciò che resta dell’opera di un genio e com’è giusto, continuare a non capire.