Niente è più tormentato di un rapporto tra una donna e il suo parrucchiere.

Senza fare torto ai vecchi barbieri, depositari di un’arte del cesello tricotico quasi scomparsa, custodi più del tempo degli uomini che delle loro teste, e non volendo dimenticare i saloni hipster di oggi, dove i clienti sono coccolati con emollienti pezze calde sul viso, direi che quella tra donne e parrucchieri è proprio tutta un’altra storia.

Una vera e propria storia d’amore, travagliata, lunga, corta, fatta di primi incontri idilliaci e drammatici, di illusioni, di fiducia cieca, di sospetti, di abbandoni. Quasi nessuna donna mantiene lo stesso parrucchiere per tutta la vita, nemmeno quando, dopo gli 80 anni, l’unica cosa che chiede è l’anti giallo sui capelli bianchi.
Del resto, non c’è rapporto più sfaccettato, ricco, complesso, umorale, fondamentale di quello tra una donna e i suoi capelli e, di conseguenze, di quello tra un parrucchiere e i capelli di una donna. Ricci da domare, mossi da ravvivare, secchi da addolcire, corti da scalare, lunghi da tagliare, mori da far diventare biondi, biondi da scurire, rossi da accentuare, neri da ammorbidire. E poi meches, colpi di sole, decolorazioni, keratina, shatush, fino allo grown out e lo snowflake, per citarne due più specifici e dimenticandone tantissimi altri.

Il parrucchiere non tocca teste, maneggia cristalli: basta un colpo di forbice in più o un boccolo in meno e tutto va in frantumi.

Io sono una promiscua del capello, lo ammetto.
Ho cambiato un sacco di parrucchieri e sto ancora cercando quello o quella che possa soddisfare tutte le mie aspettative. È una ricerca molto lunga e complessa, come quella del vero amore. Anzi, più di quella del vero amore perché si può stare senza il principe azzurro, ma con la ricrescita no.
È questa esperienza ventennale che mi ha portato a capire che si possono classificare i rapporti donna-parrucchiere con lo stesso codice delle storie d’amore.

Il primo amore

I miei primi ricordi sui capelli sono quelli legati ai pidocchi, presi all’asilo e debellati da mia madre senza torcermi un solo ciuffo. Poi venne il giorno della comunione, con la parrucchiera chiamata a casa e un’acconciatura semplice, impossibile da sbagliare. Questa rimase la mia professionista di fiducia fino all’adolescenza. In seguito ingrandì il negozio, non considerò più le vecchie clienti e cominciò a palleggiarmi da una mano all’altra. È una cosa che odio e mi scatena il duello a colpi di piastra. Finì così e incassai la prima delusione.

Quello che piace ai genitori

La mia seconda parrucchiera fu una ragazza giovane, economica, con buoni prodotti e ottime lavoranti. Le lavoranti cambiarono, il colore durava meno di un mese e una volta tornai a casa con colpi di luce talmente brutti che poi i colpi li ho dati io contro il muro. Finì all’improvviso e lei mi sta ancora aspettando.

Quello che non piace ai genitori

Ho frequentato, per un po’, un salone molto alla moda, grande e rinomato. Alternativo, dove quello meno originale aveva una cresta gialla e blu. Poi, quando mi sono accorta che anche la mia testa era più variopinta della coda di un Mini Pony, l’ho mollato. La musica ad alto volume e gli schiamazzi continui non hanno giovato alla nostra relazione.

Il rapporto occasionale

Sì, ho collezionato anche storia di un solo giorno alle quali, però, ho chiesto tantissimo da subito: taglio e colore. Che è come chiedere un anello 18 carati dopo una settimana di uscite: avventato. Infatti fini nel giro di un phon.

La storia a distanza

Al momento sono innamorata di una parrucchiera a 200 km da casa mia. Ci vediamo una volta al mese e per ora va tutto bene ma già so che non durerà perché nessuna delle due ha intenzione di avvicinarsi.

La storia perfetta, insomma, è ancora lontana e non sento i bigodini nello stomaco ma non mi arrendo: cercherò ancora, tra un lavatesta e l’altro, una relazione duratura all’insegna della felicità. Una cosa che finisca con il più classico dei lieto fine: “e vissero per sempre felici e col carré”.

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Illustrazione di Pamela Cocconi