Per chi vive a Parigi, o traducendo come si dice qui, per chi “abita Parigi”, la banlieue da un po’ da  fare. E’ come se fosse vista come il di meno, come “l’al di fuori”, come qualcosa  che gravita intorno alla ville lumière. Invece anche la banlieue, quella del  rer B, quindi quella davvero impegnativa, offre tanto e merita di dedicarvici dei venerdì sera. Magari con le amiche che al 9300 sono ben affezionate e che ne rendono stupefacente la scoperta. E così, vicino a Villepinte, si è appena  concluso un festival di cinema italiano, il quattordicesimo per l’esattezza, cosa che lascia intravedere un arrivederci all’anno prossimo o, prima ancora, a quest’autunno

Terra di Cinema

Terra di Cinema

Il progetto prende il nome di Terra di Cinemae la proiezione,  alternata da qualche film cult della tradizione italiana, dà soprattutto spazio ad una ricercata selezione di film, cortometraggi e documentari desiderosi di offrire una visione altra, più completa, di una cultura italiana che spesso è colta solo piccola parte, guidata da clichés che fanno sorridere senza rendere  onore.

 La mia classe è un film che ha quasi chiuso quest’ ultimo festival. Film del  2013 di Daniele Gaglianone, con Valerio Mastrandrea nella parte cardine del  professore, e Gianluca Arcopinto che, in qualità di produttore, ha risposto in  sala al dibattito post proiezione con Lacoste e jeans ed una disponibilità  fatta di coscienza e soddisfazione, di voglia di trovare risposte dove il film ha smesso di cercarne, braccato dalla realtà.

La mia classe, Terra di Cinema

La mia classe, Terra di Cinema

La trama è apparentemente semplice, una classe composta da un gruppo di ragazzi  extra comunitari uniti dalla voglia di apprendere l’italiano per meglio  integrarsi, storie e vissuti che s’intrecciano. Un professore che fa da fil rouge tra questi universi casualmente uniti ed un problema sociale, quello della legge sull’immigrazione, sul permesso di soggiorno intrecciato con quello di lavoro, che bussa alla porta facendo di colpo entrare la realtà nella finzione e mescolando le carte in gioco con coraggio e rispettosa presa di posizione. Facile, ma anche corretto, parlare di film denuncia, di film fotografia che mostra, evidenzia senza, giustamente, dare risposte, una situazione troppo complessa, per quanto urgente. Quello che commuove, oltre alla denuncia, è la chiave di lettura, ancora una volta la questione di sguardo.

Perché le leggi complicano e limitano, alle volte, ma la qualità della vita e la possibilità d’integrazione del mentre non sono date dalle leggi, sono date dallo sguardo altrui. È questa la chiave di lettura che resta e che può portare cambiamento repentino. Tra esercizi di grammatica e giochi di ruolo per praticare l’italiano, i protagonisti mettono a nudo, gradualmente, loro stessi ed è solo tendendo l’orecchio, anzi, avendo voglia di farlo innanzitutto, che si arriva a cogliere l’essenza di ciò che si cela dentro ad ognuno di loro. Troppo sbrigativo spesso il giudizio, troppa la rilevanza data, quasi sempre, alla forma, troppo facile l’errore.
Perché quello che in quest’ora e mezza di film è evidente e ingombrante, è che semplicità di espressione, o difficoltà di espressione, non è sinonimo di pochezza e che se si ha un minuto in più per ascoltare e mettere insieme i pezzi l’umanità passa anche attraverso frasi sgrammaticate. E’ questo il cuore della comprensione e del saper valorizzare e accogliere, da un lato, e del potersi sentire guardati per chi si sa di essere, dall’altro.

Sono queste le due asticelle che fanno oscillare l’equilibrio, il sentirsi a casa, di casa, oppure il sentirsi sempre un passo fuori.

Questo punto di vista, apparentemente personale, ma quotidianamente condiviso, non vuole distogliere da un problema sociale che bussa alla porta graffiandola, vuole solo evitare il non sentirsi parti in causa, come se fosse ad altri il poter risolvere la situazione.

Invece così non è, perché l’integrazione è composta da tanti tasselli, ma con essa si cimentano tutti coloro che abbandonano le origini per andare altrove. I motivi e le condizioni fanno ovviamente la differenza, tuttavia tutti noi abbiamo un primordiale desiderio di farci conoscere ed un’istintiva paura di non riuscire a farlo appieno a causa di una comunicazione zoppicante.

È solo offrendo e potendo incontrare menti aperti ed occhi capaci di guardare oltre che le  barriere possono essere abbattute. Essere valorizzati e potersi aprire, offrendo, non può che passare dall’accoglienza, dalla curiosità e dall’abbandono di a priori che impongono il rispetto del modello, del conosciuto.

Che poi alla fine non è forse più bello correggere accompagnando piuttosto che sbuffocchiare spazientiti, pronti a prendere le distanze? Banale?

Eppure non scontato, perché a volte, anche nelle circostanze più privilegiate, piccole differenze si rivelano taglienti ed è esattamente in questo momento che una mano tesa può fare la magia… quel lapsus che arriva quando meno ce l’ aspettiamo e che ci porta a dire “a casa” dove prima ci sentivamo spettatori.

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