Il 2 ottobre prende il via Outdoor Festival 2015, sesta edizione del Festival internazionale della creatività urbana ideato e curato da Nufactory nel 2010. Come nel 2014, nonostante il nome, si tratterà di un evento indoor: fino al 31 ottobre a Roma, nell’area dell’ex caserma di via Guido Reni, sarà possibile partecipare a un ampio programma culturale: musica elettronica, installazioni video, sculture, illustrazioni -con l’evento Italianism– e street art, con 17 artisti provenienti da 8 paesi, Italia compresa. A curare il festival, anche questa volta, c’è Antonella Di Lullo che, magnificamente, ha introdotto il tema: “Here, Now. Un luogo e un tempo stabilito, un momento unico, non replicabile, che racchiude in sé i diversi piani temporali: il passato della caserma, il presente della creazione artistica e la futura rigenerazione dello spazio”. Abbiamo avuto il privilegio di vedere in anteprima i padiglioni e di conoscere e intervistare la street artist romana, unica artista donna in mostraAlice Pasquini.

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Alice Pasquini all’opera – Credit: Alberto Blasetti

Cosebelle Mag: Come è nata la tua passione per l’arte e quali sono state le tappe fondamentali della tua crescita artistica?
Alice Pasquini: Da piccola ero convinta che fare il pittore fosse un lavoro come un altro: nel mio immaginario, nella società c’erano il puffo architetto, il puffo poliziotto, il puffo infermiere, etc. e anche il puffo pittore. Arrivata ai 13 anni mi sono resa conto che per le convenzioni sociali era meglio andare al liceo classico; tuttavia ho insistito talmente tanto da riuscire ad intraprendere il mio percorso accademico, prima il liceo artistico e poi l’accademia delle belle arti, indirizzo pittura: è stata la mia prima vittoria in famiglia. Erano gli anni Novanta e per le strade si diffondevano sempre di più la cultura hip hop, il rap, la breakdance, ma soprattutto un nuovo mezzo tecnico: gli spray. La mattina facevo il disegno della modella, mentre il pomeriggio imparavo ad usare gli spray. Era tutto il contrario di quello che i miei professori mi profilavano come futuro artistico, non avevo mai pensato che fare i graffiti potesse diventare una carriera. Anzi, era una cosa pericolosa.

CB: Nel mondo della street art e nel mondo dell’arte in generale hai degli artisti di riferimento?
AP: Ci sono tantissimi artisti che stimo, spesso gli artisti che mi piacciono c’entrano molto poco con quello che faccio. Entrare a 18 anni, mentre ero in giro per l’Italia con gli amici, nelle ville del Palladio dipinte dal Veronese è stato sicuramente un evento che ha sconvolto profondamente la mia percezione dell’arte.

CB: La nostra è una redazione al femminile, mentre sappiamo che il mondo della street art è strettamente maschile. Qual è il tuo punto di vista, da insider?
AP:
Quando ho iniziato si andava definendo quella che oggi chiamiamo street art: eravamo pochissime donne, come del resto anche in altri ambienti artistici più istituzionali come la Biennale di Venezia. Le donne erano generalmente in crew, erano le fidanzate di ragazzi che facevano i graffiti, ma poiché la peculiarità del graffitismo è l’uso dei tag non ci si riusciva a rendere conto del numero di donne in quell’ambiente. Con l’avvento della street art figurativa, in un’epoca in cui ancora non c’erano i festival e l’attenzione mediatica di oggi, trovare una street artist donna era veramente una rarità, ma non tanto per un qualche motivo sociale, ma proprio dal punto di vista pratico: una ragazza come me, di un metro e 65, si trovava a dover dipingere con un rullo un muro di piani, la domanda “Ma ce la fai?” degli uomini sorgeva spontanea. Poi certo, c’erano anche quelli che dicevano stupiti: “Ah sei brava, per essere una donna. Non davo troppa importanza a questi commenti, ma per me era importante firmare tutte le mie opere con il mio vero nome, non per uno spirito femminista, ma solo per prendermi la responsabilità delle mie azioni. Per me l’importante era introdurre uno stile diverso: il mio stile è più pittorico, femminile, con contenuti più femminili, perché sono donna e quindi interpreto e vedo la vita con una sensibilità prettamente femminile.

CB: Quale immagine di donna ti sembra prevalente nel nostro Paese?
AP: Al giorno d’oggi, nella società, nella pubblicità, così come nel mondo dei graffiti, soprattutto in Italia la donna viene rappresentata come un’eroina dei fumetti o come una superbomba sexy, mai ritratta invece come una persona vera. In Italia è frequente l’idea che o sei una superbambola o sei una brava mamma, non c’è mai una visione della donna, come una donna vera, con i suoi dubbi e le sue incertezze. Si dice che le donne facciano arte per le altre donne, quindi con tematiche che non interessano tutti. Non credo sia così, è che non siamo abituati: la rappresentazione in strada di una donna incinta risulta più strana di una donna mezza nuda, anche perché di donne mezze nude sono piene i muri delle nostre città. Quindi non sono io che esprimo delle tematiche prettamente femminili, ma non essendoci abituati vengono notate di più e mi tocca leggere commenti del tipo “la street art in rosa” o “la street art al femminile“.

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Se servono delle quote rosa anche nel mondo della street art – ci racconta Alice Pasquini- è perché purtroppo nelle grandi mostre o nei grandi festival le donne invitate sono al massimo due o proprio non ci sono. Un tempo appunto per fare un grande muro al massimo potevi arrampicarti su un cassonetto e con la prolunga al rullo realizzavi il muro, ma oggi vedo una nuova generazione di artiste, delle ventenni bravissime, che iniziano sapendo che questi limiti fisici sono ormai superati, grazie ai festival, a nuovi fondi e all’elevatore. [Credit: Alberto Blasetti]

CB: Nonostante la maggiore popolarità anche nei media, la street art non è ancora vista di buon occhio da una parte della società. Pensi sia una peculiarità italiana o anche all’estero è così?
AP: Ho iniziato a lavorare prima all’estero e poi in Italia, perché qui siamo così provinciali che invece di sostenere gli artisti italiani, invitiamo i grandi nomi stranieri, e gli artisti locali vengono rivalutati solo dopo che sono stati a lavorare fuori. Ritengo che è questo tipo di arte che vive una contraddizione: se da un lato abbiamo adesso il fiorire di festival, di muri grandi, di amministrazioni che usano gli artisti per rilanciare i quartieri e c’è un utilizzo massivo della street art anche nella pubblicità, quindi risulta assodato al pari di un qualsiasi altro movimento artistico e non viene visto più come un movimento di rivolta, dall’altro lato le pene per chi scrive sui muri sono aumentate. Ritengo che nessuno possa decidere chi può dipingere e chi no, si tratta di un serio problema sulla libertà di espressione. Se un artista viene chiamato e pagato per fare un muro, in realtà non si potrebbe più parlare di street art, ma piuttosto di muralismo. In questo modo non rimane più nulla di quella spontaneità di andare a donare colore alle strade, al proprio quartiere, dipingendo sulle cassette delle poste o sulle porte in rovina, interventi che vengono donati dall’artista al cittadino.

CB: Dunque è in corso un bel cambiamento nel movimento?
AP: Sì, penso si tratti di una naturale evoluzione del movimento artistico. Come tutte le avanguardie, la street art è nata come movimento di ribellione e di rottura col passato, è nata nel mondo underground e solo e soltanto grazie all’invenzione  dello spray; la rivoluzione stava nell’idea che “dipingo quello che voglio, dove voglio e quando voglio“. Se invece “dipingo dove volete voi e quello che volete voi” allora sarebbe meglio parlare di muralismo. Ma se ci pensiamo già Michelangelo era un muralista e a Roma siamo pieni di esempi di arte muraria: potremmo dire che Roma è una città di street artist!  E’ un bene che le amministrazioni si rendano conto che c’è bisogno di nuovo di bellezza e di arte, ma se ci pensiamo bene la street art è nata in posti oggettivamente brutti. Rimane il fatto che sui muri ci sarà sempre il cretino che scriverà frasi razziste, l’innamorato che scrive la poesia, il tifoso che scrive Forza Roma, poi ci sarà quello che è un artista e ci farà una bella cosa. Come fai a proibire tutto ciò? Come fai a dire quello può dipingere, quell’altro no?

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“Non ritengo che questa evoluzione del movimento sia un cambiamento in peggio o in meglio, ma è un dato di fatto che chi inizia a fare street art oggi aspira a partecipare ai grandi festival, ad essere esposto nelle gallerie, a finire sulle copertine delle riviste di graffiti, tutte cose che quando ho iniziato io erano inimmaginabili. Anzi, ai miei esordi era contro i propri interessi andare fuori di casa a dipingere, perché rischiavi seriamente, ma si trattava di un puro atto di generosità creativa. Sono cambiate le intenzioni. Personalmente, adesso, per non rischiare di annoiarmi, ho l’obiettivo di spingermi oltre i miei limiti della mia arte, come il progetto folle che sto portando avanti con il 3D. Quindi va bene fare delle opere per il comune, per i festival, ma sento il bisogno anche di fare cose dal basso per il puro piacere di fare un’opera artistica.” Alice Pasquini [Credit: Alberto Blasetti]

CB: Ci presenti il tuo lavoro per Outdoor?
AP: Quando dipingo in uno spazio pubblico, su un muro, mi pongo il problema di chi ci vive davanti e in quale contesto mi trovo, nella scelta del colore vengo influenzata dal colore del muro. In un contesto chiuso, come quello di Outdoor, che nonostante il nome del festival per me è indoor, mi sento più libera di sperimentare come artista, di entrare nel mio inconscio e rivelare delle cose che in strada non mi sentirei di fare, perché so che chi vedrà la mia opera ci sarà venuto di proposito, non è che ci è capitato per caso davanti. Si tratta di un’opera molto intima, influenzata da questo studio sulla stratificazione di immagini realizzate su piani di vetro, per poi avere un risultato tridimensionale. Ho usato un fondo che sembra bianco e nero, ma in realtà ci sono anche il giallo e il verde, il tema della stanza è “Believe it or not“: tutto è incentrato sul mondo dell’illusionismo, ho rappresentato infatti la cartomante, l’incantatrice di serpenti e altri personaggi. L’illusione è quel momento nella vita in cui giochiamo con la fantasia e creiamo un’altra realtà. Ho voluto creare una stanza che ricordasse un side show di un vecchio circo di inizio ‘900, prendendo ispirazione da cartoline e vecchie immagini che colleziono da sempre.

CB: Qual è per te una cosabella?
AP: Non vorrei essere banale, ma per me una cosabella è un desiderio che ho da sempre: quello di fare un viaggio su una mongolfiera.

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Outdoor 2015. Festival internazionale dedicato alla creatività urbana
Dove&Quando: Roma, ex Caserma Guido Reni, Via Guido Reni, 7. Dal 2 al 31 ottobre 2015
Social: facebook | hashtag  ‪#‎outdoorfestivalroma‬