Claudia corre, nel ritmo del suo respiro, tra le case del paese di provincia dove è nata.

La nebbia avvolge la provinciale in un bianco bicchiere di Pernod. Il muro è talmente alto che a malapena riesce a vedere i fari delle auto che procedono nel senso opposto. Distingue nitidamente solo le All Star rosse che ha ai piedi. Si alternano precise seguendo il suo inspirare ed espirare affannato.
Potrebbero investirmi e nessuno se ne accorgerebbe, pensa Claudia procedendo veloce; mentre nell’ipod urlano i Comeback kid: You told me I’d better walk away. Just like me to never hear what you say. Tempting fate. The story unfolds…

***

Claudia arriva a casa. Apre il portoncino che conduce nell’atrio di specchi di una palazzina bianca, sale le scale, gira tre volte la chiave nella toppa della porta di un appartamento al terzo piano, quindi entra nel salotto barocco e troppo rosso, arredato secondo i gusti di sua madre. I suoi genitori sono andati in settimana bianca con i vecchi amici dei tempi del liceo.
Con il sollievo di non poter essere sgridata, Claudia abbandona i vestiti sudati sul parquet d’iroko, must to have del professionista borghese comune, poi entra nel bagno patronale, si sfila le mutande e le butta senza forza nel cestino dei panni sporchi.
Una doccia lunga e senza piacere.
Claudia prende un asciugamano vecchio e ruvido (lei odia la mollezza senza carattere degli asciugamani nuovi, svenevoli gatte morte) e si tampona badando bene di non guardare la sua immagine allo specchio.

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Nel disordine patologico di camera sua, Claudia raccatta da terra una  vecchia camicia di suo padre. La indossa lentamente, il cotone impalpabile e liso risveglia malauguratamente la solitudine della sua pelle.
Si siede davanti al computer e comincia a controllare la posta. Nulla. Legge l’oroscopo. Nulla. Si collega a Skype. Nulla. Nulla come la nebbia di questa domenica mattina, la cui luce opaca riesce a malapena a filtrare triste e sospesa dalla trasparenza delle vetrate di quella casa, che l’aveva vista crescere, piangere, ridere e piangere ancora.
Una mattinata qualsiasi, una giorno in cui non si lavora, un giorno buono solo per fare l’amore. Nulla. Per lei nulla.

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La sera prima aveva preso sette compresse di melatonina e bevuto due enormi tazze di camomilla, aveva pianto il suo ultimo amante, avrebbe voluto chiamarlo amore, ma lui non aveva voluto permetterglielo. Si era addormentata tra le lacrime con la faccia affondata nel cuscino, nella disperazione di un addio scontato, mentre scriveva l’ennesimo messaggio d’amore, a cui non avrebbe ricevuto risposta.
Si era svegliata alle 7.00, si era pesata, era ingrassata un altro chilo.
Annoiata e folle per il desiderio che aveva per lui, Claudia era andata a correre.
Non voleva pensare, non voleva sentire il suo corpo tremare di abbandono, ma ora arrivata a casa quell’ansia di vita non possibile e di morte sognata, o forse trasognata, la prende ancora.

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È ormai mezzogiorno.
Claudia, in cucina, taglia una fetta di pane (le serve a preparare lo stomaco, una spugna a tutela del suo diritto a dimenticare) e la mangia in tre morsi veloci; stappa una bottiglia di Gewurz Traminer e se ne versa un calice pieno, poi afferra una boccetta di Valium (fregata dall’armadietto dei medicinali di sua madre) e ne fa scivolare piano 20 gocce nello stesso bicchiere.
Claudia beve piano, mentre la televisione troppo alta del vicino di casa ottantenne parla di morti ammazzati e di disoccupazione, sono 25 anni che sente le stesse notizie
Claudia cammina avanti e indietro per i corridoi dell’appartamento tra i suoi pensieri afasici, mentre guarda le circonferenze della pozione di oblio trascinarsi in inclinazioni sempre diverse sulla superficie del bicchiere.
L’insofferenza del suo cerebro e l’insicurezza del suo corpo aspettano le prime artificiali carezze gentili. La sofferenza si fa sempre più quieta e Claudia si lascia cadere sul divano di pelle bianca aspettandoLa, aspettando il paradiso e la pienezza di quella sensazione.
Eccola.
Sta arrivando, eccola, Claudia si scioglie piano tra gli anelli di Saturno. Non riesce a muoversi, tra la testa e le gambe un buco. Lo sterno piano piano scompare e con esso il cuore straziato.
Infine beve in un sorso le ultime tre dita di vino e sollievo temporaneo e sotterrandosi dentro un voluminoso piumone, crolla in mezzo ai grandi e morbidi cuscini; mentre cerca di dimenticare quelle mani, le sue mani sulla pelle.
Dorme per 5 ore.

***

Claudia si sveglia che è quasi buio fatto, non che il sole avesse mai fatto capolino in quella che era stata una giornata di uggia e spavento. Le brucia lo stomaco. Le gira la testa, si sente uno schifo.
Il portatile trilla, qualcuno la cerca su skype.

Aperitivo stasera, passerotta?

Decide di non rispondere. Si disconnette, non ha voglia di sentire nessuno.
Claudia torna in cucina e taglia un’ altra fetta di pane raffermo. Prende un altro bicchiere e questa volta lo riempie con acqua e un’altra imprecisata quantità di calmante; lo fa scivolare piano senza contare le gocce.
Tanto non si può morire davvero con il Valium, pensa Claudia con serena tristezza. Lo beve in un sorso e si rimette a dormire sul divano.

***

Dorme fino alle prime debole luci della mattina seguente. Suona una sveglia che non si ricorda di avere puntato.
Deve andare al lavoro, decide di non andarci. Con enorme sforzo arriva al telefono e cercando di non sbiascicare tutto il Valium che aveva ancora in corpo, avvisa il suo capo: a causa di un improvviso lutto e di una dolorosissima gastrite, non potrà andare in ufficio per qualche tempo.
Claudia si avvolge nell’amore gratuito del suo piumone e muore per un altro giorno.

llustrazione di Fanna

Racconto di Francesca Ruggiero