La carezza contro i mesi freddi.

Il venerdì sera di un ottobre tremendamente afoso, Giuseppe Dossena entrò nella scuola di danza Passi Felici. Non ci metteva piede da sette mesi ed era la prima volta che lo faceva da solo. In tempi diversi, lʼunica novità di questo fatto si sarebbe potuta riscontrare in un luglio travestito da ottobre che imperlava le fronti e ottenebrava i pensieri; ma anche questa menzogna era poca cosa, se confrontata al senso di solitudine straziante che gli rendeva impossibile un qualsiasi accenno di sorriso.

Procedeva più spinto dai passi che dagli intenti, Giuseppe – detto da tutti Peppe – Dossena, tra le maglie di una sera sospesa e boccheggiante. A guardarla con gli occhi della povera gente si sarebbe detta lʼennesima volta in cui chiedere un ultimo sforzo al condizionatore da rottamare: una notte di mutande e lenzuola, tapparelle a mezzʼasta e zanzare confuse.

La città aveva caldo e procedeva tentennante: cʼera chi si portava sulle spalle il peso di un ricordo doloroso, chi lʼincalzare di un debito da saldare e chi invece gli echi euforici di un nuovo bacio, ricevuto proprio sotto il portone di casa. Lungo le traiettorie urbane, mille e più sentimenti racchiusi nel cuore viaggiavano a velocità sfasate, intersecando i rispettivi crucci o le luminose santità nelle caselle di un cruciverba senza soluzioni definitive. Peppe spinse lʼenorme portone orlato di lucine intermittenti e per un attimo il suo viso lo guardò dalla maniglia di ottone. Tentò prontamente di distogliere lo sguardo, ma lʼimmagine riflessa non smise di analizzarlo, registrando un patimento brumoso nella trama delle sue infinite rughe. Era invecchiato di duemila anni dallʼultima volta in cui era entrato in quella scuola e, se fosse stato per lui, non solo non ci sarebbe tornato, ma mai e poi mai vi si sarebbe iscritto.

Un corso di ballo liscio non poteva essere la soluzione per un gigante buono che ad ogni movimento faceva tremare lʼasfalto, ma la sua Adele glielo aveva proposto un anno prima, con la tipica urgenza dei desideri dei bambini, e lui era capitolato in un attimo, sostenendo che sì, gli pareva una magnifica idea! Ora che Adele non cʼera più, i suoi passi lʼavevano riportato a quel maledetto corso, come ad una delle ultime tracce della sua amorevole presenza. Si diresse con gli occhi bassi fino alla reception, masticando un saluto che avrebbe potuto essere lʼinizio di una preghiera o quello di unʼimprecazione. La pingue signora che sedeva alla scrivania lo riconobbe immediatamente e imbastì una serie di balbettii sconnessi traducibili con un “Mi dispiace sinceramente, signor Dossena”. Poi, attenta e materna, lo accompagnò alla sala dove si sarebbe tenuto il corso.

Peppe percorse il corridoio sempre a capo chino. Certo, nel liscio era cosa da non fare mai, ma il senso di mancanza di quelle ore faceva a pugni con le regole di un qualunque ballo figurato. E vinceva, vinceva biecamente. Non fece in tempo a cambiarsi le scarpe che una compagna senza cavaliere gli propose di scaldarsi con un valzer. Peppe annuì e prese a girare sommessamente. Nella confusione delle evoluzioni, gli sembrò che Adele fosse lì con lui, in una delle loro solite mattinate di ottobre, canticchianti e felici. Lei e la sua instancabile catena di montaggio di caffettiere sbuffanti, pentole che ribollivano e lavatrici pronte al decollo. Lei e quei discorsi ingenui che Peppe fingeva di non sentire e che si risolvevano in deliziose sentenze fatte di poco. Come quella volta in cui stava sistemando un rubinetto difettoso e Adele, che controllava con perizia ogni suo movimento, disse di amare ottobre da sempre.

– Non trovi che sia una carezza fatta per allontanare la paura dellʼinverno e di tutte le sue cose fredde? – aggiunse.

Lui non rispose e il rubinetto continuò a gocciolare.

Roteavano Peppe e la sua ballerina: uno perso nellʼestasi del ricordo e lʼaltra troppo presente ai suoi passi da marionetta. Ad un tratto, senza che fosse minimamente plausibile, sul viso dellʼuomo comparve un accenno di sorriso. Niente che fosse conclamato, solo un timidissimo movimento verso lʼalto dei lati più tristi della sua bocca.

Non fu chiaro cosa capitò a quellʼuomo come tanti, forse si disse che non importava essere tristi, separati, disarticolati e fuori tempo. Forse azzerò dati di fatto e bollettini meteorologici e si fece cullare dalla nostalgia. Una nostalgia corposa, sapiente, rincuorante.

La cosa certa è che, con il ricordo di una carezza contro lʼinverno, Giuseppe Dossena provò un feroce anelito di speranza. E proprio sul finire del suo ballo, lʼarrivo dei mesi freddi – di qualunque stagione fossero figli indifferenti e tracotanti – non gli fece più così paura.

Parole di Camilla Ronzullo – Zelda was a Writer

Illustrazione di Giulia Cerini.