Settembre 1984, l’inglese Frances Shore arriva a Gedda, Arabia Saudita, a causa del lavoro del marito, un ingegnere impegnato nella costruzione di edifici governativi nella città. Si sistema in fretta in un palazzo in Ghazzah Street, nella casa che presto chiamerà il Capolinea, prigione dorata che non le darà scampo per tutta la narrazione. Comincia così Otto mesi a Ghazzah Street di Hilary Mantel, una delle più importanti scrittrici inglesi d’epoca moderna, vincitrice di ben due Man Booker Prize, edita in Italia da Fazi editore. Un romanzo dalla forte componente autobiografica, la stessa Mantel ha vissuto a Gedda ben 4 anni, che però non distrae da una storia a tinte gialle altamente claustrofobica. Ad accompagnare la vicenda l’odore acido dei vini clandestini prodotti nelle case degli espatriati in terra saudita, quello degli spray contro gli scarafaggi, sovrani incontrastati delle case locali, e gli echi quasi tangibili dell’afa appiccicosa e del caldo vento del deserto che spazza la città.

C’è un motivo ben preciso per invitarvi a leggere Otto mesi a Ghazzah Street: il racconto emozionale di uno shock culturale profondo, quello che la protagonista vive in prima persona dopo il trasferimento a Gedda. Non avrebbe potuto reagire altrimenti una bionda cartografa inglese, donna indipendente con deciso piglio femminista, che si scontra con i rigidi schemi del Regno saudita e della religione musulmana. Frances vive sigillata in casa, non può uscire per strada per proteggere sé stessa, ma anche gli indigeni dalla sua presenza. E quando viene liberata (in realtà le aprono solo la porta d’ingresso di casa) non ha nessun posto dove andare. La realtà è chiara:

le donne saudite non escono di casa a prendere aria e sole

figuriamoci le bionde straniere. La sua finestra sul mondo, il giornale che legge quasi quotidianamente, calca ancora di più la mano:

Il patrimonio socio-culturale del regno saudita non permette che le donne si mescolino agli uomini nelle attività quotidiane e nel lavoro. Il posto giusto per la donna è badare al marito e ai figli, preparare da mangiare e occuparsi dei lavori domestici.

E quando Frances mette il naso fuori casa c’è una Gedda ostile e frenetica ad aspettarla:

Gedda è una città cosmopolita, si dice. Si sentono parlare tutte le lingue, nei suq e nelle piazze si mescolano persone di tutti i colori. Ma non si fondono. Si formano dei ghetti persino nei marciapiedi […]

Sin da subito questo romanzo è una sfida intellettuale in piena regola: fino a che punto Frances e il lettore possono comprendere una cultura così diversa da quella Occidentale?

Non solo shock culturale, però, perché quello che racconta Hilary Mantel non è un banale Oriente vs Occidente. Otto mesi a Ghazzah Street sviluppa più livelli narrativi tra brani del diario privato di Frances e il racconto delle vicende oscure che riguardano un misterioso appartamento vuoto sopra la sua casa.

La seconda parte del romanzo, in particolare, è un crescendo di vicende private e politiche che si intrecciano, quasi un thriller in piena regola che non abbandona, però, la dimensione privata e femminile, nel senso più intelligente e brillante del termine. La genuina difficoltà di Frances nell’accettare le restrizioni soffocanti del Regno saudita non sono il pretesto per inneggiare allo scontro di civiltà, questo non è un romanzo così superficiale. Ma la componente provocatoria emerge qua e là, sinuosa, ed entra in circolo man mano che si prosegue nella lettura.

Voi donne occidentali siete sfruttate dagli uomini. Vi costringono a lavorare in ufficio e in fabbrica e quando tornate a casa dovete cucinare per loro e badare ai bambini.

dice Samira, una conoscente saudita di Frances. Sono dialoghi del 1984, ma potremmo sentirli anche nel 2017 senza problemi, no? Lo spaccato di vita narrato da Hilary Mantel è una finestra su un mondo di più di 30 anni fa, ma che ha echi terribilmente moderni e si trasforma in una occasione imperdibile per riflettere sul concetto di diversità e sulle declinazioni nazionali e culturali che il femminismo deve necessariamente avere. Chi ha torto e chi ha ragione in questa vicenda? Una possibile risposta ce la fonisce la stessa Hilary Mantel, che la nasconde ben bene tra le pieghe di una conversazione rivelatrice tra Frances e Raji il ricco uomo d’affari saudita vicino di casa, con un ruolo chiave nel romanzo:

[…] ma il Regno saudita non è un mondo logico e poi, e sorrise, la logica non sta bene alle giovani donne.

Da tradurre in un placido: non ti crucciare, due mondi così diversi come il mio e il tuo non hanno logiche sovrapponibili. Pragmatismo arabo o legge universale? Al lettore la risposta finale.

 

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