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Questa è una storia di vampiri e questa è una storia d’amore. Adam e Eve esistono da sempre, fin quando, cacciati dal paradiso furono costretti a nutrirsi di sangue, rinchiusi nella cella d’oro dell’immortalità. Vampiri sì, ma amanti prima, la luna e le stelle, insieme seppur divisi nel cielo notturno che incombe.

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Eve (Tilda Swinton) a Tangeri sepolta tra i libri e i broccati, pelle, capelli, labbra diafani, uno spettro, un fantasma velato tra i vicolo di luce gialla. Adam (Tom Hiddleston) nel cuore più marcio di Detroit, rintanato nei cavi elettrici delle chitarre, nascosto tra le corde di uno Stradivari, un reietto, costretto ai margini delle fabbriche, nell’argenteo riflesso di un cumulo di lamiera.

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Entrambi con le gole secche, una insana voglia di sangue, ecco che sono fuori dalle loro tane chi per cafè chi per ospedali a cercare una dose. Entrambi straiati sulle macerie di un tempo passato di fasti che si accumula e marcisce mentre un disco suona, in loop, suona, vorticoso, simulando l’oblio.

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Come in molte coppie d’amanti secolari lui tentenna, lei protegge. Nel farsi su misura un proiettile di legno c’é la speranza di morire di Adam, piú romantico dei tempi che gli piovono addosso, mentre Eve accorre, in un volo notturno col suo Iphone alla mano a ricordare al marito i suoi eroi.

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In valigia c’ è il meglio dell’umanità, dall’Ariosto a Infinite Jest, Eve ha ancora voglia di ballare, di credere, di scoprire, Adam ha solo nostalgia e un muro di amici trapassati o vivi poco importa a questo punto, Iggy Pop, Mahler, Buster Keaton, Allan Poe e poi Kafka, Frida Kahlo e Bach. Tutti insieme, tutti grandi e tutti soli, come lui in fondo, primogenito di una famiglia di emarginati e geni. Colpa degli zombie, colpa nostra, perchè gli zombie siamo noi, fottuti mostri del capitalismo, fottuti idioti del consumismo, immuni a ogni segreto, immuni a ogni bellezza, contenitori vuoti di sangue infetto.

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Eppure ecco che in atmosfere struggenti e sublimi li vediamo ballare. E Jarmusch passa per il vampiro per far tornare l’uomo. L’uomo che ama, poeta, scienziato, punk, folle, visionario, outsider, esteta. L’uomo immortale. Insieme ad Adam e Eve, ai loro ghiaccioli 00 negativo, ai loro guanti di pelle, ai loro occhiali da sole, tutto un compendio sui bellissimi vampiri del cinema: dal Dracula di Bela Lugosi , alla coppia Bowie-Deneuve di Miriam si sveglia a mezzanotte, al classico Nosferatu, fino alla spregiudicata sorellina di Intervista col vampiro reinterpretata qui da Mia Wasikovska.

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Jarmusch ci regala un film che trabocca di decadente bellezza, lì dove l’immagine perfetta si associa ad una perfetta ironia: Adam é il Dr. Faust, il dottor Caligari, il dottor Stranamore. É lo Stephen Dedalus di Joyce che prende un volo notturno insieme alla Daisy Buchanan del Grande Gatsby. É il passante che addita la casa di Jack White, è l’amico di  Tesla, di Darwin, di Christopher Marlowe e di Lord Byron. Ancora una volta la citazione colta ci fa sperare – nell’attimo del più penoso sconforto – che ancora non sia l’ora di puntare quel proiettile al cuore. la nostra Eva potrebbe darci un bacio e invitarci a succhiare un pó di sangue nuovo e innocente. Magari quello di due innamorati. É chiaro ormai: solo gli amanti sopravvivono.

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Amor non muta in poche ore o settimane, ma impavido resiste al giorno estremo del Giudizio: se questo è errore e mi sarà provato, io non ho mai scritto e nessuno ha mai amato.