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Non dev’essere cosa facile assumersi la responsabilità di adattare per lo schermo un libro icona di generazioni come On The Road di Jack Kerouac. Le immagini che i lettori si sono fatti nella loro testa di due personaggi strabilianti come Sal Paradise e Dean Moriarty potrebbero non coincidere con quelle del regista. Ognuno ha una propria idea della luce, dell’atmosfera e dei volti raccontati in un libro, che i film spesso corrompono e rovinano per sempre.

Walter Salles è stato coraggioso a caricarsi di questo fardello e il suo coraggio va premiato. Sal “Paradiso” ha gli occhi liquidi di Sam Riley e Dean Moriarty il sorriso sghembo di Garrett Hedlund, due attori della nouvelle vague cinematografica, perfetti per dare linfa allo spirito beat. Riley è stato un intenso Ian Curtis in Control e Garrett sta cercando di scrollarsi di dosso l’alone mainstream che lo attanaglia.

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Insieme a loro danzano nel film Kristen Stewart, che non è solo “Bella” (di Twilight) ma a quanto pare anche molto brava ad intrufolarsi nel triangolo d’amore fraterno tra Sal e Dean. Una perfetta Marylou. C’è poi Kirsten Dunst, una melancholicissima Camille, Viggo Mortensen che presta il volto ad Old Bull Lee e Amy Adams, sua moglie.

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E poi c’è la strada. Che scorre sotto i passi dei protagonisti, tra le ruote dei furgoni rubati, lenta e veloce, calda e fredda come l’America e come la vita. Tra tutti i concetti del libro di Kerouac, l’amicizia come scambio d’anime, la ricerca della trasgressione, la perdita delle certezze, l’ingresso sconvolgente e traumatico del sesso che scompagina tutto, la fine dell’innocenza, uno pare emergere su gli altri.

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Essere vivi non è cosa da nulla. “Tra tutti i doni di Dio, la vita è l’unico che non ci viene fatto due volte”. Perciò bisogna vivere, assaporare il caldo e il freddo e la fatica, conoscere l’altro ma anche tradirlo e soffrire, e poi amare, amare, amare fino a farsi scoppiare il cuore. A costo di perdersi – a volte succede – tra fiumi di whisky e di benzedrina, non importa, ciò che importa è andare avanti, ricominciare, rialzarsi e chi si ferma è perduto.

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Rintanati nei jazz club e con le suole sporche di polvere, senza un dollaro in tasca nè la memoria dell’ultimo pasto consumato, dei ragazzi di Kerouac non si sa molto, se non che sono vivi. Non c’è dubbio. E non fa male ogni tanto ricordarci che null’altro importa che questo. Esistere.