Supersonici. Irriverenti. Bastardi. Come trasformare la rabbia in puro rock’n’roll nel documentario di Mat Whitecross sugli Oasis.

Oggi è l’ultimo giorno per andare a vedere l’ascesa dei fratelli Gallagher al cinema. In fila al botteghino non sembra siano passati vent’anni da quando 250.000 persone riempirono Knebworth solo per ascoltare il sound di un gruppetto di teppisti di Manchester. Gli anni Novanta non sono finiti: ancora capelli “alla Liam”, parka verde militare e Adidas “Gazelle”. Ancora la voglia o forse la nostalgia di credere al sogno, al tutto è possibile, alla mano invisibile del destino. Mai più di ora sarebbe necessaria una band come gli Oasis. E mai come ora è impossibile.

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Whitecross racconta la storia di una rivoluzione dal basso. Due fratelli, cane e gatto – Liam “guardami, guardami, guardami, tirami la palla” e Noel “lasciami stare, lasciami in pace, vattene via” – cresciuti a botte, cibo del discount, erba, furtarelli e pallone che all’improvviso diventano le più grandi rockstar del pianeta. A una velocità supersonica appunto, impensabile ora, con i social network e i talent show che li avrebbero bruciati nel giro di una stagione, prima ancora che avessero la possibilità di diventare una “Champagne Supernova”.

Oasis, Supersonic, Definitely Maybe

Ma allora, allora sì che era stato possibile. Con Kurt Cobain in procinto di spararsi in bocca, il grunge che dirigeva l’insoddisfazione verso se stesso (“I hate myself and I wanna die”), la massa stordita al ritmo della techno nei rave party, imbottita di anfetamine, davvero fu rivoluzionario dire, scrivere, urlare “you and I are gonna live forever”.

Gli Oasis facevano tutto quello che ci saremmo aspettati dalle nostre rockstar preferite: distruggere camere d’albergo, suonare fatti di metanfetamine, star svegli due giorni ad alcol e sigarette, litigare e lasciarsi, riprendersi e far fuori chi non sta al passo “fanculo avanti il prossimo”. E poi spaccare le chitarre, dichiararsi odio e amore di fronte ai tabloid a giorni alterni, cantare, cantare come se la musica fosse l’unica cosa che conta davvero.

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Le parole di Noel e la voce di Liam, le chitarre di Noel e gli occhi incredibili di Liam ci fecero toccare un mondo dove era ancora possibile sperare. Dire “definitely maybe”, dire forse, dire whatever, dire :”per quanto tutte le strade che dobbiamo percorrere siano tortuose e tutte le luci che ci guidano siano accecanti, forse tu mi salverai, tu sei il mio muro delle meraviglie”.

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Fu questo sogno, fu questa promessa, fu questo ideale a portare 250.000 persone davanti ad un palco a gridare il nome di una band scelto per caso, nei pomeriggi piovosi dei sobborghi inglesi. Un’oasi di libertà, acqua fresca, acqua pulita: Oasis.