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Ci aveva messo nelle acque torbide, con una bella esca, e noi abbiamo abboccato. Adesso siamo qui, tra il ruscello e lo schermo, a boccheggiare e chiederci: ci ributta in acqua o moriremo asfissiati? Nel capitolo 2 della sua discesa agli Inferi, la ninfa Joe affronta la sua via crucis diretta al centro del dolore. Dall’Oriente a Roma, dall’icona al crocifisso.

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Nell’intrecciarsi sempre più fitto di diversi piani di lettura ci accorgiamo che la piccola stanza di Seligman è davvero affollata. Quasi un’orgia metafisica in cui siamo coinvolti tutti: noi spettatori e il regista Von Trier, lui e i suoi demoni, l’emarginato e la società intera, il concetto di religione e il concetto di sesso, l’istinto e la ragione, i media e il cinema, la natura e la cultura. E come dirimere nel gioco continuo delle parti la questione su chi di volta in volta impersona cosa? Due sono in fondo i protagonisti, ma si è sempre in tanti quando c’è di mezzo un racconto. Chiamare in ballo l’esegesi, l’interpretazione significa condurre in scena sempre il vissuto dell’individuo che legge, essere finito e particolare, e l’universale storia dell’umanità.

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Ecco dunque Joe la ribelle, Joe/Von Trier il provocatore, l’affabulatore, l’incompreso, la sua solitudine, i suoi tentativi di redenzione. Ed ecco Seligman/Von Trier il colto, il cinico, il cervellotico, il filosofo, l’eretico, il razionalista. In scena va ora la sua schizofrenia in perenne dialogo, in perenne conflitto. Ma passa poco tempo perchè ci accorgiamo che Joe è il cinema di Von Trier e noi siamo Seligman, il suo pubblico. Colui che ascolta ma rifiuta di credere, colui che opera astrazioni sulle sue mosse più istintuali, e vede simboli là dove vi sono solo segni. Eccoci là, che trasfiguriamo il racconto, esseri privi di fede, e nella apparizione mariana di una ragazzina, ecco che scorgiamo Messalina.

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Come tutte le donne di Von Trier Joe si fa frustare a sangue e poi risorge. Sarà forse un cattivo essere umano ma è pura, le parole per lei sono solo parole e non vanno vietate, essere oscena è un vanto, un’arma contro la borghesia. Nelle dichiarazioni politiche di Joe si costruisce l’anatema di Von Trier verso la società. Se l’ipocrisia è la prerogativa più lampante dell’animo umano, chi è cattivo, noi o voi, Joe o Seligman, Von Trier o la stampa, insomma chi muore d’autodeterminazione o chi sopravvive, intento a giudicare, estraneo al più piccolo atto di fede?

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Dopo averle offerto il suo letto, il suo cibo, il suo ascolto, Seligman si trasforma. Dapprima di erge a giudice, senza che nessuno l’abbia chiesto, poi inquina il racconto spontaneo di Joe con le sue digressioni colte, infine dopo averla presa all’amo, curata e ascoltata, ottiene ciò che la società chiede a tutti noi: di uniformarci. Seligman seduce Joe con la promessa della normalità. La affabula con un discorso pseudo-femminista riducendo il suo dolore incandescente alla cenere tiepida del discorso di genere. “Se quello che hai fatto tu l’avesse fatto un uomo non saremmo nemmeno qui a parlarne”. E lei spera che allora, forse, una volta che si è perdonata tutto il dolore possa scomparire. Ma è una promessa vana, l’ultimo mossa della società per divorare i suoi figli inesatti.

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Joe, piccolo albero solo e deforme, aveva scelto di autodistruggersi, di emarginarsi e di soffrire, ma era stata in ogni caso lei a scegliere. Ora è davvero vittima, nel momento in cui un germe di fiducia nel prossimo la rende più vulnerabile. Quando infine cede al sentimentalismo, alle lusinghe del conformismo, e dimentica l’assunto di Hobbes/Von Trier che la vita è bellum omnia contra omnes. Insomma, ecco che fa la sua comparsa in scena una pistola.