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Della morte e dell’amore, siamo sempre lì. O di come la pulsione di morte contagi l’area prediletta dell’Amore: il Sesso. L’atto sessuale è un’esperienza limbica, un mondo ibrido, tra la vita e la morte. I francesi lo chiamano petit morte e noi orgasmo, due parole per una stessa condizione, quella di un’esperienza estrema della mente che viene letteralmente posseduta dal corpo, così come la Natura ha il sopravvento sull’uomo alla fine, occhi rovesciati, spasmi, buio e luce.

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Grazie a questa sua condizione di “bastardo” il sesso è spesso scelto dalla psicosi per operare le sue malefatte. Ed ecco dunque Joe, sul selciato, tumefatta e intrisa di pioggia, raccolta da un buon viandante. Ecco Joe, bloccata allo stadio di ninfa, una larva umana raccolta da un pescatore. La storia di Joe e quella di Lars Von Trier sono lo stesso racconto di una discesa all’Inferno. Joe, Grace, Selma, Bess e Justine sono la stessa eroina di una storia che si ripete all’infinito: il trionfo della morte sui suoi figli, la crudeltà della natura che ha fatto l’uomo un essere capace di autodistruzione.

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La chiave è all’inizio: “Già da giovanissima ero attratta dai meccanismi“. Lì rimane bloccata la ninfa Joe, al meccanismo, all’equazione numerica dei corpi che si sommano, 3+5, alla successione di Fibonacci che descrive la musica, l’arte e la struttura degli alberi. Lì è abituata a sostare con suo padre medico, sotto le foglie del frassino, mentre lui le racconta fiabe sugli alberi, sempre le stesse, e lei le dimentica per fargli un favore. Fin dall’inizio, del sesso, della musica, dell’arte e degli alberi, Joe ignora il dato di senso in favore di quello descrittivo. L’amore, l’armonia, la bellezza e la poesia le sono precluse, per una frigidità della mente, ancor prima che del corpo.

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Terrorizzata dal caos della Vita, Joe lo rifiuta in favore dell’ordine, dei numeri, della coazione a ripetere e dunque della Morte. Gli amanti ordinati con le iniziali del nome, il loro destino scelto da un tiro di dadi, molti uomini e in fondo un unico uomo, sempre lo stesso, all’infinito la stessa stupida passeggiata priva di senso. Nel suo meccanismo inceppato Joe il frassino con le dita sporche di cenere perde la poesia delle parole del padre, che negli alberi nudi d’inverno intravede la loro anima. I tronchi distorti, i rami tesi come avambracci, in quella dura lotta alla sopravvivenza, per arrivare a toccare la luce.

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La solitudine di Joe scintilla e ferisce in mezzo a quelle foreste di corpi che tendono le braccia alla luce. Ma bisogna conservare tutta la nostra pietà per arrivare al capitolo 4, Delirium. La caduta della casa degli Usher. L’agonia e la morte del padre di Joe. Il suo unico legame tra la poesia e la matematica scompare. Poco prima di lasciarla lei gli chiede se ha paura. Ed è sconvolta dalla risposta di lui rubata a Epicuro: “Non ho paura. Dove ci sono io non c’è la morte, dove c’è la morte non ci sono io“. Nulla è più incomprensibile per Joe, che assapora la morte proprio nella culla della vita. E quando infine lui muore, lei perde ogni contatto con le emozioni.

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Ed ora Joe, che ascolta Bach, col suo “Cantus Firmus” a tre voci. I suoi tre amanti + lei che sa tutto del sesso ma niente dell’amore e alla fine della sua passeggiata senza senso attende, come un leone in gabbia, il permesso per morire. E quando arriva Jerome, Jerome che ha un nome, Jerome, che ha atteso, desiderato, amato ecco che l’Inferno ha appena iniziato a comparire al di là di quella selva oscura. Davvero forse sta per avvicinarsi alla morte perchè non sente più nulla. Come un tossico che deve aumentare la dose, ad un certo punto non si sente più nulla e dio solo sa cosa si è disposti a fare.

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Von Trier non ci lascia scampo, in un film che si colloca all’opposto dell’erotismo, con le sue luci fredde, i luoghi lugubri e spogli, le mura scrostate, la cupa incursione del bianco e nero, i volti di bambole imperturbabili delle sue protagoniste, la scura ironia dei discorsi, spingendoci in un freddo angolo della mente dove si rimane scomodi e soli e senza conforto. Aspettando il secondo volume.