La preparazione alla sorpresa


Si dice che Truman Capote scrivesse da sdraiato. Nessuno potrebbe giurarlo – nessuno tranne lui -, ma nel dubbio sono qui, sdraiata pure io, a domandarmi come diavolo facesse. Tre giorni di pigrizia hanno reso il letto un territorio senza nome, pieno di briciole che raschiano la schiena e di pieghe che paiono onde. Onde infinite e fagocitanti, che sʼinfrangono sui miei profondi graffi di pane da combattente immobile. Come avrà potuto Capote scrivere da questa posizione? Me lo chiedo a intervalli costanti, mentre mimo le mani che schiacciano i tasti di unʼipotetica Lettera 22. I pensieri riempiono la testa come lʼacqua nel lavandino ed io, sommersa in ragionamenti che arrivano drammaticamente allʼorlo, attendo con ansia una diavoleria che stappi, elimini, lasci fluire sulla via delle condutture queste odiose spirali.

-Come avrà potuto scrivere così bene Truman Capote? – ti ho chiesto una volta di tanto tempo fa. Tu allora mi hai preso le mani e mi hai scrutato con il fare di un miope senza occhiali. Ti sei avvicinato così tanto che i nostri nasi hanno vibrato. Eri immenso, di una bellezza seria e femminea. Ad un tratto hai alzato il mento su cui iniziava a comparire un accenno di barba e, come se qualcosa di molto più urgente ti chiamasse a gran voce, hai detto:

-Ma come mai crediamo che sia stato tutto semplice per chi stimiamo? Che poi, magari per Capote è stato pure così… Ma quali difficoltà incontra la tua scrittura? –

Come odiavo la tua saggezza: era così antica, prudente, da manuale! Ho preso tempo, guardando fuori dalla vetrina del nostro solito bar. Poi, seguendo la traiettoria di una vecchia signora ingobbita, ho sentenziato:

-Tempo. Credo le manchi il tempo…

-Le manca il coraggio, semmai… Scrivi come se fosse urgente, Eleonora, e una buona volta infischiatene di tutte le altre logiche! Non ci sarà mai un riconoscimento che ti colga a tavolino. Butta fuori e poi ordina e, se non ti riesce di stare sdraiata, scrivi mentre corri.

Da qualche giorno qui è novembre. E il ricordo di te aleggia nellʼaria come il profumo delle bucce di mandarino sul calorifero. Facevamo salti da atleti per schivare le pozzanghere, tu ed io, e le guance diventavano color melograno, da tanto ci ostinavamo a sfidare gli imperativi dellʼinverno. Eravamo inseparabili e crescevamo, oggi siamo lontani e invecchiamo.

Novembre è qui e tu no. Non si è potuta richiedere una qualunque deroga al freddo e al buio: sono giunti con determinazione e, dopo qualche ora, mi sono sentita più sola. Hai lasciato lʼItalia dieci anni fa e, mentre novembre ritorna ogni anno, tu manchi da almeno un lustro. Ogni tanto mandi cartoline illustrate sulla tua nuova vita da adulto. Potrebbe essere unʼora qualsiasi della giornata, secondo lʼorologio della mia camera: ero così sicura che mi sarei ricordata di sistemare il cambio dʼora che adesso non saprei dire se lʼho fatto sovrappensiero o se invece me ne sono dimenticata. Poco male: il mio ritardo sul niente si sta giocando su unʼora di anticipo o una di ritardo. E il buio è buio, da qualunque punto di novembre lo si guardi.

Faccio cadere un braccio dalla sponda del letto e mi ricordo di possederlo. Comʼè strano essere il perimetro di un abbraccio vuoto, che non ti possiede più…

Caro tu, che sei così lontano, tanto lontano che potresti lambirmi con un sussurro senza che io possa intravederti, te le ricordi le bellissime sere color lampione dei nostri rientri a casa? Il tram procedeva lento e noi due barcollavamo silenziosi, persi nei cappotti, mano nella mano. Te la ricordi lʼaria di novembre? Te la potrei mimare con il braccio che ho appena scoperto di avere, te la potrei canticchiare allʼorecchio, ti potrei dire che è lʼattimo prima che precede il crescendo.

Lʼaria di novembre è una storia dʼamore così difficile da rendere a parole che fingi di non averla mai vissuta. Eʼ tutto quello che stimola un feroce anelito di felicità immotivata, che spinge a correre gli ultimi ripidi gradini del belvedere, in attesa del panorama.

Avevi ragione tu, lʼhai sempre avuta. Mancava il coraggio, la sicurezza nel gesto. Non il tempo, non le contingenze: il coraggio. Ma sai, mentre guardo il soffitto e mi pare imbarchi acqua, mentre questa camera sembra correre veloce verso le tubature, e tu mi appari in stazione mentre saluti e piano piano diventi pulviscolo, vedo tutto con una chiarezza inaudita. Ad un tratto ci siamo noi due che, giovanissimi e liberi, corriamo verso un giardino che nasconde un segreto. Ci divide da lui un alto muro ma, dopo mille peripezie e fallimenti, riusciamo a scavalcarlo.

Ecco: quelle mani che sʼintrecciano per fare da gradino sono lʼaria di novembre, loro sono la preparazione alla sorpresa.

Parole di Camilla Ronzullo – Zelda was a Writer

Illustrazione di Elena Xausa.