Empire Of The Sun.

Fa caldo, com’è giusto che sia. Fa caldo e nonostante tutto indosso la canotta di ieri sera perché mi ricorda molte cose e, va bene, stasera la metto in lavatrice. Hai ragione quando mi dici che io non sono una che si fa mettere il guinzaglio, ma ho ragione anch’io quando dico che il guinzaglio non mi da fastidio se non lo tirano e ribatti con “un giorno questo tuo mondo finirà di girare e allora non sparirai più”, ma la verità è che non lo so, ed ho smesso di fumare perché le sfighe arrivano sempre in gruppo ed è ora che mi dia una regolata. Fa caldo ed abbiamo bisogno di musica tutt’altro che fresca, ci rifugiamo in suoni che sanno di asfalto che riflette il cielo, di terra secca con le crepe, di mosche, di zanzare, di trucco che cola, di sudore sulla fronte. Il nome non tradisce, Empire Of The Sun. Australiani, tra il 2008 ed il 2009 balzano al successo con Walking On A Dream, primo ed unico (per ora) album della band.

Il lavoro è un miscuglio di stili, dalle melodie prettamente fine ’70 inizio ’80, sembra a tratti di sentire i Bee Gees, in Country l’eredità elettroacustica del grande maestro Mike Oldfield e le sue chitarre elettriche mescolate a strumenti tribali o rudimentali. La voce di Luke Steele, particolarissima, assume tonalità diverse ed abbraccia temi differenti a seconda dei brani, falsetto, sussurri, lamenti, cantato, poi un po’ più ruvido. La parte elettronica è fondamentale (trattasi di un duo) e crea inni disco o da parata, come quella stupendissima di qualche giorno fa. Il disco è eterogeneo, difficilmente si direbbe, ascoltando due pezzi, che facciano parte della stessa opera. Tuttavia il filo conduttore è un vento torrido, testi impegnati che parlano di acqua, di ambiente, e di risorse. E poi ci sono i video, che non hanno bisogno di spiegazioni.