Wimbledon.
Se Wimbledon fosse un negozietto di poco conto potrebbe avere una di quelle insegne orribili, che recitano: “tennis e…” oppure “non solo tennis”. Ma Wimbledon è tutt’altro che un emporio di periferia. E nonostante nella mente dei più questo nome si associ al prestigioso stadio ed omonimo torneo sportivo che qui hanno sede, Wimbledon non è solo tennis, ma molto di più, o di meno (perché aristocraticamente, less is more).

Silenzio, pace e pulizia regnano sovrane in questo villaggio, ormai perfieria sud-ovest di Londra. Stazioncina linda, pubs dalle insegne luccicanti, negozi da agricoltura biologica e ristoranti organici, scuole dove, forse erroenamente, immaginiamo che si possano imparare solo buone maniere, filastrocche vittoriane e versi di Shakespeare.

E’ vero, ce ne sono molti di quartieri così nella capitale inglese, ma Wimbledon ha la particolarità di essere un nome universalmente noto e allo stesso tempo ancora un villaggio, intatto di fronte all’avanzare della città. E’ rimasta inviolata come un paese delle fiabe protetto da un incantesimo di invisibilità. Imboccate una strada deserta (e completamente insonorizzata), e vi chiederete se i residenti non vi stiano spiando come fanno le fate, nascosti dietro le tendine per non rivelare la loro presenza, magari fingendosi qualcos’altro, un paralume, un attaccapanni.

E alla fine della strada, come per magia, ecco comparire una cavallerizza al trotto, che vi sfila davanti come una principessa dei racconti; e non vi stupireste se da dietro la siepe spuntasse anche Bambi, con gli occhioni incantati di chi non ha mai visto le brutture del mondo.