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Non essere cattivo, dicono ma come si fa, che il giorno è perso e non rimane niente ormai se non girare a vuoto, giocare a perdere la testa per una dose nuova, che cancelli tutto, pure questa stramaledetta malinconia. Caligari poi non ce l’ha fatta a vedere i suoi tossici a Venezia, le lacrime di chi al cinema consacra un singhiozzo a Cesare e Vittorio, fottuti fregati bruciati dal sole freddo di Ostia nel bel mezzo degli anni Novanta.

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I suoi ragazzi di vita, cattivi come può dirsi di un cane alla catena, bastonato tutto il giorno, senza una carezza. A farsi forza tra loro come due orfani, affamati di vita, compagni di cella, se cadi tu cado anch’io. E una periferia che è come una giungla, il più forte si salva, il più debole muore. C’è da combattere ogni sera, mostrare i denti con la paura nel cuore e la ricerca di un eterno sollievo che forse ha il sapore dell’anestesia. Entra nel naso e poi sale fino al cervello la droga sì, tagliata, venduta, odiata, desiderata, regala un po’ di coraggio a chi non ce l’ha. Perché per vivere ci vuole un certo talento e se non ci nasci succede che te lo devi inventare. Vittorio ci prova a salvarsi, gli occhi a spillo sul correre di un’autostrada deserta, un sussulto, un’apparizione che rende tutto più chiaro, no, a fari spenti nella notte ad occhi chiusi non è per niente difficile morire.

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E allora un lavoro perbene, una donna e un figlio non suo. E guardare Cesare che si sgretola, che è più di un amico è un fratello – perché in questo film più che nella vita l’amicizia conta ancora qualcosa – e allora aiuta anche chi non vuole farsi aiutare, forza, non essere cattivo. E come si fa a scegliere, se campare un po’ meglio da soli o affondare insieme a un amico, che decisione tremenda, da prendere tutti da soli, una sera passata d’un fiato a vegliare l’agonia di un fratello, nell’abbraccio struggente che pare un addio come la Madonna e Cristo nella Pietà.

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La vita non perdona i deboli di cuore. Chi ha sbagliato indirizzo e bussa sempre alle porte sbagliate. Chi ruba per amore, chi è felice con poco. Chi non ha un piano d’emergenza, una via di fuga. Chi campa per caso e in fondo non è nemmeno cattivo, soltanto sbagliato e ha una pistola scarica e un vizio qualunque purché sia abbastanza invadente da fargli compagnia.
Ah Caligari, i tuoi ragazzi ci spezzano il cuore. Coi loro occhi grandi e liquidi spalancati e colmi di terrore. Coi loro amori ingenui e teneri, portati in trionfo tra le baracche e gli stracci. Con le loro belle anime stese a marcire sulle sedie di plastica dei bar delle statali, gli abbracci che sembrano quelli di un condannato a morte nell’alba di domani. Chi si ricorda degli ultimi in questo gioco al massacro, chi tende loro una mano e ne fotografa i visi, come hai fatto tu, che non li hai visti cattivi, ma solo persi, e ci mostri che non siamo poi troppo distanti.

Per quanto nel tiepido delle nostre comode case, abbiamo anche noi avuto paura, temuto una felicità ristretta, coccolato i vizi come animali da compagnia, e siamo stati a modo nostro cattivi. Chi affoga nel vomito o in un lago di sangue per i nostri stessi peccati ci lascia il freddo addosso e un nodo in gola, un pò di vergogna e di certo un dolore. C’è chi vive col cuore pesante e chi, a cuor leggero.