Una giovane, vulcanica artista afroamericana: Nola Darling. Una Brooklyn assediata dalla gentrificazione. E un vestito nero aderente, cortissimo, insensatamente costoso. Per raccontare cosa sia (o non sia) cambiato sul fronte femminismo nel corso degli ultimi trentuno anni, Spike Lee parte da qui. O meglio, vi ritorna. Perché She’s gotta have it, la prima serie, targata Netflix, firmata dal regista di Fa’ la cosa giusta e La 25ª ora, altro non è che il riadattamento per il piccolo schermo del suo lungometraggio d’esordio, omonimo, del 1986. Una commedia brillante, solo in apparenza leggera, perfetta per fare il punto sulla società newyorchese di oggi, schiacciata fra l’elezione di Donald Trump e lo scandalo Weinstein.

Tutto ruota – di nuovo – intorno a Nola Darling, pittrice ventisettenne interpretata dalla bellissima DeWanda Wise, qui nei panni indossati nel film da Tracy Camilla Johns. Di giorno, Nola si destreggia fra lavori improbabili, conti da pagare e il sogno di vivere della propria arte. Mentre, la notte, ospita nel suo loft di Fort Greene tre uomini diversi: il dolce, stralunato, immaturo Mars, il narcisista, affascinante e coltissimo Greer e il premuroso, impeccabile (e sposato) Jamie. E quando il ménage à quatre non basta più, arriva anche una donna, Opal, che per Nola è amica, amante e modello al tempo stesso. Tutto, insomma, sembra procedere alla perfezione.
I tempi sono effettivamente cambiati, e nella Brooklyn iper hipsterizzata, borghese ed emancipata del nuovo millennio – la stessa immortalata da Lena Dunham in Girls –, la libertà sessuale di Nola, apertamente “poligama e pansessuale”, sembra non poter essere messa in discussione. Né i suoi tre amanti, che Lee ritrae ben più istruiti, sensibili e politicamente corretti rispetto ai loro corrispettivi del film, si azzarderebbero a condannarla, a forzarla a una scelta. A definirla, come nel 1986, “malata” o “sessuomane”.

Per far scricchiolare il castello di Nola Darling, però, basta un vestito

Nola Darling lo acquista dopo aver subito un tentativo di aggressione, per indossarlo prima con Jamie, poi con Mars, e infine con Greer. Finendo per smascherarli. Ecco infatti che, di fronte a un abito troppo provocante, le attenzioni dei tre scivolano nel possesso, i complimenti si trasformano in allusioni, le premure diventano accuse. Nessuno arriva a pronunciare il fatidico “te la sei cercata”, ma poco ci manca. Nola, trent’anni dopo, ha però trovato la forza di reagire. Di rimettere al centro se stessa, di difendere la propria libertà al costo di sacrificare tutto il resto. E di esprimere la sua missione, a un tempo privata e universale, nella sua arte, proprio mentre questa, ironia della sorte, viene tacciata da un critico (maschio e bianco) di non essere abbastanza “nera”, abbastanza “politica”.

Fra personaggi magnificamente tratteggiati, una colonna sonora semplicemente strepitosa, e un finale decisamente più ottimista e scanzonato rispetto a quello del 1986, a colpire, nel nuovo She’s gotta have it, è soprattutto la volontà di Spike Lee, regista politico per definizione, di restituire al femminismo un posto prioritario fra i grandi temi sociali e culturali della nostra epoca. Non solo. Se nel film di trent’anni fa Lee aveva prestato il volto a Mars, figura poi diventata celebre grazie a una serie di spot pubblicitari, questa volta è Nola Darling – una donna – che sceglie di rendere il proprio alter ego. È lei che il regista incarica, in un’emozionante sequenza girata nel cimitero di Woodlawn, di celebrare il suo personalissimo pantheon intellettuale, da Melville a Basquiat, da Leonard Bernstein a Duke Ellington. È lei che trasforma nel simbolo della lotta contro l’invasione bianca della “sua” Brooklyn. Ed è a lei, soprattutto, che affida il suo pensiero, impietoso e terrorizzato, su Donald Trump, il “clown wit da nuclear code”. Facendo ancora una volta di Nola Darling il simbolo di un’epoca, delle sue ipocrisie e delle sue contraddizioni. E consegnandole la speranza di superarle.