Parigi è piena di turisti, sempre, tutto l’anno, tutti i giorni e a tutte le ore. Devo ancora capire se in estate di più o se, partendo i francesi, non restano che loro e quindi sono ancora più allo scoperto.

Va detto che qui appena c’è una mezza ragione per storcere il naso non c’è neanche da dire “pronti via…” e così, se negli altri mesi  gli argomenti topici sono:  météo, bouchons, grèves et gastro (tempo, code in macchina, scioperi, mali intestinali) + les apéros afterworks se si è in fascia d’età corretta, ecco che d’estate il podio viene vinto ad occhi chiusi da aneddoti ed invettive contro i turisti.

Come se per loro esistesse solo il moto a luogo, turisti coloro che decidono di recarsi a Parigi. Mentre loro, i parigini che partono, cosa sono? Autoctoni ovunque?  Valli a capire.

Comunque è vero che i turisti sono una razza da studiare, almeno da queste parti.

Sono sbadati, girano con il naso nella cartina o lo sguardo fisso sull’ Iphone che li guida e così intralciano, non si spostano, non cedono il passaggio neanche a chi sta facendo il suo jogging quotidiano, costringendo i poveri sportivi, o i comuni  mortali di fretta, a guerre psicologiche degne di un Highlander del tipo “vediamo chi si sposta per ultimo”.

Sono fuori a tutte le ore del giorno e della notte e così alle 6 del mattino diventa facile, per chi decide di andare a correre quando la circolazione è più fluida, imbattersi in fanciulle asiatiche vestite in abito da sposa cangiante, trucco e parrucco impeccabili e una troupe assonnata pronta a seguirle per immortalarle nella città dell’amore. Spesso non mancano oggetti da natura morta per impreziosire la foto, come tavolini in legno, tovaglie a scacchetti e vasetto con mono-fiore finto,  provenienti da chissà dove, ma di certo non reperiti “sur place”. Situazioni del genere lasciano immaginare una figura maschile atterrata con la fanciulla della foto che è ancora a rigirarsi nel letto, visto che, non si sa perché,  ma le foto di coppia compaiono verso mezzogiorno. (NB: se volete assicurarvi facili avvistamenti consiglio vivamente l’ingresso delle Tuileries lato Pyramide, Metro Louvre)

noiovolevansavuar_Cosebelle_02

Rischiano la vita, i turisti, per scattare foto nelle pose più impensate, al fine di sortire l’effetto desiderato. Vanno per la maggiore le arrampicate su argini e ringhiere dei ponti, o sulle colonnine del marciapiede per simulare di toccare con il dito indice la punta della Tour Eiffel o quella della Pyramide del Louvre, i selfies in mezzo alla strada anche nelle ore di punta, per non perdere l’infilata di Defence, Arc de Triomphe e Obelisque di piazza della Concorde, gli appostamenti sempre “strada-centrici” per avere scatti di grand angolo sulle vetrine di Galeries Lafayette (questo con picchi stagionali nel periodo natalizio), oppure il rischio della rissa collettiva con buttafuori partecipante, ma a sfavore dei malcapitati turisti, per coloro che, pur di avere una foto con un TUTTI PRESENTI davanti al Moulin Rouge,  si lanciano nel chiedere la cortesia di uno scatto alle “signorine” che lavorano giusto fuori dall’adiacente sexy shop.

Photo credits: turistipercaso.com

Photo credits: turistipercaso.com

La visita della città è approcciata da alcuni con istinto a dir poco bellico. Già,  perché per visitare una città alla fine cosa bisogna fare? Camminare, guardare, spostarsi, nutrirsi (parlo di cose pratiche, tralasciando preparazione, passioni ed emozioni). Bene. Tutti noi però a casa nostra, forse con altri ritmi e di sicuro per altri motivi, tutti giorni,  ci spostiamo, camminiamo e ci nutriamo. Eppure,  fuori dal nostro territorio,  è come scendere in campo con la speranza di sopravvivere. Ecco che allora ci si attrezza, si indossa l’uniforme e così si vedono famiglie vestite con i peggio abiti, di quelli recuperati dal fondo degli armadi, di quei vestiti che “crescono con te”, come se poi fosse tutto da buttare, come se li si rovinasse o ci si sporcasse. T-shirt, felpe e jeans larghi o pinocchietti per non sentirsi stretti, per facilitare i movimenti o forse, chissà, la fuga.

noiovolevansavuar_Cosebelle_03

Le calzature sono nella migliore delle ipotesi scarpe da running con calze di spugna anti-vescica (si vede dal tallone colorato che spunta), per macinare km. Spesso, e in tutte le stagioni, gli scarponcini da montagna vincono il podio, con muschi e licheni che neanche nel sussidiario delle medie, per intervallarsi nella bella stagione a sandali rudimentali con para in gomma e imbragatura del piede per proteggerlo forse da storte e distorsioni, scippi…chissà.  Tutto è concesso, persino i borselli, di quelli sottili come fossero una seconda pelle in cui tenere la cosa più importante al mondo per non ritrovarsi come Tom Hanks in The Terminal: i documenti  o la di loro fotocopia ( i più rodati lasciano l’originale in hotel).

noiovolevansavuar_Cosebelle_04

Le provviste non mancano mai, vuoi che Parigi sia caruccia, vuoi che le abitudini alimentari non vadan tradite, vuoi che il tempo vada ottimizzato e il calo di zuccheri prevenuto, sta di fatto che da zainetti ermetici da montagna stretti da cinghie avvolgi vita, spuntano panini imbottiti, bottiglie d’acqua o BIBITE ENERGIZZANTI,  biscotti e crackers con marche spesso del paese d’origine – il che lascia intuire che vengano direttamente dalla casa madre-.

Berretti e copricapo, sciarpe e cuffie a seconda della stagione e, sempre per le nostre amiche asiatiche, ombrellini aperti con pioggia e sole, doppio uso.

Belle le iniziative di gruppo: orde di biciclette, orde di monopattini, orde di persone che scendono e salgono e attraversano a alzano la testa e abbassano lo sguardo e indicano scattano salutano ridono aprono e chiudono l’ombrello con sincronia perfetta, forse studiata prima dell’approdo.

Chissà gli altri se riconoscono gli italiani, io spesso si,  perché quelli degni di aver originato i clichés sul natio popolo sono importanti: chiassosi che per riunirsi si chiamano da un lato all’altro della strada con schiamazzi e fischi a due dita in bocca. Marche ben in vista, piumino Michelin d’ inverno, colletto inamidato della polo e occhiali da sole al -3 della metro. Sempre di lato, incapaci di rispettare le file, qui poi tagliate con la squadra (NB: file che si fanno anche al mercato rionale della domenica togliendo la poesia di sgomitare un pochetto con la banconota in mano). La donna è pettinata, pettinatissima, truccata sempre,  non molla il tacco del tutto e allora da via libera alla zeppa o al jeans dentro allo stivale. Gli italiani poi danno il meglio nello chiedere indicazioni perché, si sa, a noi piace parlare con la gente, per strada, in attesa, avere conferme e chiedere ancora. Noi siamo quelli che attaccano bottone.

Quindi, oltre all’innata propensione al dialogo inutile, l’italiano crede che arrotando la r, facendo boccuccia e mozzando le parole si parli francese (NB. Faccio notare che i francesi pensano di parlare italiano aggiungendo una O o una I alla fine e muovendo le mani, quindi a ognuno il suo). Peccato che qui non funzioni,  perché,  già il turista domandante è fonte di fastidio e  quello domandante e sorridente di rabbia, ma se a tutto questo si aggiunge un accento lievemente sporcato da cadenze altre è l’orrore e quindi il monumento domandato diventa inesistente, così come l’individuo domandante diventa invisibile. Nella migliore delle ipotesi riceveremo una risposta in inglese, in quanto non degni della musicalità del natio verbo, ma anche qui del LORO INGLESE.

I sopravvissuti al week end non pensino tuttavia di cantare ancora vittoria, l’ultima prova, il livello con il castello la principessa da salvare, è in agguato: il controllo bagagli delle compagnie low cost.

noiovolevansavuar_Cosebelle_05

Un SOLO bagaglio a mano dalle dimensioni ben specificate. Ormai si sa quali sono le regole del gioco eppure…sembra che in realtà questi due imperativi chiari e netti lascino spazio ad ampissime e personalissime interpretazioni ( e qui c’è da dire che noi italiani sappiamo dare il meglio)

E così 1 bagaglio diventa:

1 ufficiale

+ 1 piccolo, ma proprio piccolo che è ingiusto attribuirgli il nome di bagaglio e un numero 2 da pagare.

+ 1 borsetta, perché la borsetta è come un prolungamento del braccio femminile e non può essere altrimenti (da qui l’espressione “o la borsa o la vita”…vedete è un tutt’uno).

+ 1 enorme sacchetto di plastica chiesto per contenere una bottiglietta d’acqua da 0,25 cl del duty free stipato appena dopo con ogni genere di altro effetto personale.

+ sporte di regali che si rovinano non entrano non sono parte dell’originario bagaglio, con presa di posizione del passeggero stizzito dal trovarsi in difficoltà per aver fatto girare la nazional economia.

Notevoli le scene di gente, di ogni età, genere ed estrazione sociale, in panico davanti alla temutissima Gabbia Verifica Dimensioni. Peraltro il concetto è semplice (come quello dell’ 1 bagaglio). Le dimensioni sono note, divulgate, affisse: se il bagaglio entra è idoneo, se non entra va imbarcato (peraltro: imbarcato NON disintegrato).

E così accade di vedere gente in ginocchio che apre disfa risistema e riprova il controllo; altri che protestano filosofeggiando sul concetto “la rotella conta o no nelle dimensioni”;  violenza contro il bagaglio per farlo entrare, ignari della preparazione dell’hostess  pronta a dirvi che dovrà anche uscire e il tutto con agilità.

Photo credit: blogviaggi.com

Photo credit: blogviaggi.com

E’ di sicuro apprezzabile lo spirito solidale che situazioni difficili possono creare. E’ così che spesso un piccolo scambio di opinioni con la malcapitata hostess può generare sommosse degne di una guerra civile, oppure la difficoltà nell’ inserire/estrarre il dannato bagaglio può attirare la complicità altrui richiamando famiglie intere, amici e conoscenti acquisiti sul campo, a partecipare all’attività dividendosi in due squadre dove una è incaricata di tirare con vigore il bussolotto carico di vestiti e l’altra si preoccupa di tenere ferma la perfida gabbia verifica dimensioni , che popolerà gli incubi delle notti a venire dei fortunati che si imbarcheranno con la fierezza di avere con sé, nella cappelliera, il proprio amato bagaglio a mano.