Gli inglesi usano l’espressione don’t judge a book by its cover per dire un po’ la stessa cosa che diciamo noi con l’abito non fa il monaco: non giudicare un libro dalla copertina. Eppure, non è proprio a quello che serve? La copertina è la prima cosa che ci attrae e che ci troviamo davanti: immagini, font, colori sono il biglietto da visita che ci viene dato per convincerci a scegliere. Ma attorno alla prima pagina non ruota solo l’industria del libro, ma anche quella dei periodici. Uno dei più stilosi? Il New Yorker, che domande. Magazine settimanale americano fondato nel 1925, icona della cultura della Grande Mela e di tutte le sue bizzarrie.

Da sempre attento alla letteratura contemporanea, tra le sue pagine hanno trovato spazio tra gli altri i racconti brevi di Roth e Salinger, e le storie di Roald Dahl. Mica poco, no? Famosissimo per le sue vignette, (se volete farvi due risate su Trump, date un’occhiata qui) il vero pallino di questo magazine sono da sempre le copertine.
Il soggetto della primissima è diventata il simbolo del magazine; rivisitato infinite volte, la fantasia dei grafici l’ha adattato, numero dopo numero, ai tempie e alle mode. Per il novantesimo anniversario del settimanale, la redazione ha scelto di far realizzare una serie di cover celebrative che reinterpretassero la prima.

Il New Yorker è anche uno degli esempi più vividi del perché il cartaceo e il digitale non solo possono coesistere, ma anzi si integrano magnificamente se combinati con intelligenza.

Il New Yorker e Christoph Niemann

Sono i primi a pubblicare online una gif cover: mentre siamo in coda in macchina, vediamo scendere sul nostro parabrezza le gocce della pioggia, e davanti a noi un taxi giallo aspetta. Oggi sembra scontato, solo due anni fa non lo era. L’idea è di Christoph Niemann, designer tedesco oggi basato a Berlino che ha passato molti anni della sua vita nella città che non dorme mai. Attorno al numero invece dedicato agli U.S.Open, partendo dalla cover Niemann ha creato un’intera animazione che potete trovare qui.

Anche il numero del 16 maggio 2016 esce dalla sua penna, e anche qui si va oltre la carta. L’immagine è semplice: una donna che sale in metro, vista dal davanti e dal dietro. Come se anche noi stessimo prendendo il treno per casa dietro di lei, o su quel treno fossimo già seduti mentre la guardiamo salire. I colori, quelli della città: il giallo e il nero. L’ idea, dice il designer, era quella di comunicare il movimento della metropoli, la sua frenesia; ma in testa continuava a sentire il bisogno di dare un’impronta di tridimensionalità. Bello bellissimo, ma come renderlo su cartaceo? Semplice: traducendolo in digitale. Se aprite questo numero del New Yorker sul vostro tablet, siate pronte a fare un giro in mezzo ai grattacieli che spunteranno come funghi sotto il vostro schermo. Prodigi della tecnologia.

Il New Yorker e Frank Viva

Frank Viva è un altro. Designer e illustratore, Viva ha realizzato 10 cover per la rivista della Grande Mela, e tra le altre cose pubblica anche meravigliosi libri per bambini. Delle due cover che vedete sotto, Viva dice:

Nell’ultima realizzata c’è una donna, è mattina, è primavera, siamo in campagna; solo quando ho finito di disegnarla mi sono reso conto di quanto fosse antitetica rispetto alla primissima copertina che ho fatto per il New Yorker. Lì era sera, faceva freddo, c’era un uomo in bici per la città. A guardarle adesso, mi sembrano due fermalibri.

Una delle sue più belle cover nasce invece dalla ripresa di un’illustrazione fatta tempo prima per celebrare la scelta della Corte Suprema di cassare il Marriage Defence Act, e quindi a difesa del diritto di ognuno di amare un po’ chi gli pare. All’alba della strage di Orlando dello scorso luglio, Viva sceglie di riprendere il disegno aggiungendo un bacio tra i due protagonisti, per dire ancora una volta che love is equal facendo parlare l’arte sopra la violenza.

Uno dei tratti caratteristici di questo magazine è di saper far respirare al lettore la stessa aria che si respira per le avenue di Manhattan.

E non lo fa solo attraverso i contenuti: l’impaginazione serrata, le poesie che strisciano in mezzo agli articoli, lo spazio bianco che non esiste. Se New York è frenesia, idee che corrono, proiezione a quello che deve ancora venire, allora il magazine che parla di lei deve rifletterla davvero. Ogni momento cruciale della storia della città, quello di cui i newyorkesi si preoccupano tra la quinta e la sesta o giù fino al Bronx, mentre corrono a Central Park, o quello di cui parlano mentre sono in coda per un caffe da Starbucks: è questo che finirà sulla copertina e nelle pagine del New Yorker. Sotto, la torcia che si spegne all’insediamento di Trump, il ricordo delle Torri Gemelle, e il secondo insediamento di Obama sono solo esempi dei ritratti estemporanei che la rivista sa fare della vita della città e non solo.

Il New Yorker e New York

La città stessa, la sua poesia metropolitana, la New York del sogno e del Yes we can finisce spesso sulla prima pagina. Dopotutto, è l’essenza della rivista: è quello che il lettore cerca e con cui vuole consolarsi o confrontarsi. A volte la vena che prevale è quella malinconica, spesso quella romantica, spessissimo quella interrogativa. Interni di stanze, finestre solitarie, grattacieli, metropolitane: è New York nei sui infiniti profili.

Il New Yorker e il Natale

Classicone dei classiconi, per forza di cose tema preferito dai lettori: il Natale. La quantità di cartoline che ci si potrebbero stampare dalle prime pagine dei vari dicembri illustrati negli anni è esorbitante. La maggior parte, come è giusto che sia, è di quelle che ti fa venire voglia di stringere le guanciotte di Babbo Natale: atmosfere ovattate, tanti camini perfetti per un volemose-bene mood. Ma negli anni il momento del Natale è spesso diventato momento di riflessione critica su altri temi, come ad esempio la guerra. Spesso è stato riletto in chiave ironica, e altre squisitamente lirica, come una poesia fatta di forme e colori.

Il New Yorker e le donne

Tranquille. Ci siamo ovviamente anche noi. Le donne sono da sempre uno dei soggetti preferiti, e spesso il magazine newyorkese si è fatto portavoce di battaglie e messaggi decisamente anti-convenzionali. Quella delle tre donne sedute in metropolitana è una delle cover più provocatorie e intelligenti che il New Yorker abbia pubblicato. In occasione dell’ultimo 8 marzo, il settimanale ha voluto celebrare tutto quello che la nuova amministrazione Trump vorrebbe tanto negare: il potere delle donne. La brillante ripresa dello storico poster anni ’60 dell’afro-americana che indossa la cuffia diventata simbolo delle Nasty Women al posto del fazzoletto è un gioco ben riuscito di richiami iconografici.

Insomma, non è mai solo una copertina e questo il New Yorker lo ha capito bene. Il potere dell’immagine che veicola diretta concetti, posizioni, provocazioni; l’immagine che non filtra ma sbatte sotto gli occhi verità pronte ad essere masticate e digerite. Se vi è venuta fame di copertine e delle storie che raccontano, fate un giro sul sito del New Yorker: siccome sono davvero fenomenali, troverete un sacco di cover story che vi faranno innamorare. Vi farà bene agli occhi e anche al cuore.

Ps
Se la storia di Niemann vi è piaciuta e siete appassionati di design, ce ne sono altre che vi aspettano. Netflix ha prodotto una docu-serie, Abstract, che racconta la vita di 8 grandi designer che hanno cambiato e continuano a influenzare il mondo in cui viviamo. Oltre alla storia di Christoph, c’è anche quella di Tinker Hatfield, l’uomo che ha fatto la storia della Nike con le sue Air Jordan, o quella di Paula Scher, graphic designer newyorkese che dagli anni ’80 decide che lingua parla la tipografia americana, e non solo. Da non perdere, nessuna scusa.

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La Cassettina perfetta da ascoltare leggendo questo articolo è quella di dicembre, interamente dedicata alla Grande Mela!