di Jon McGregor

Neanche i cani vivrebbero così. Accettano di seguire trotterellando padroni distrutti, che li ignorano come ignorano la vita, nella speranza che si risollevino per un istante soltanto, il tempo di una carezza, un avanzo di cibo. I cani sono i testimoni in questo libro di un’umanità distrutta che vive quel tanto che basta per lasciarsi morire.

Qualcuno muore davvero all’inizio di questo libro, intorno al suo cadavere si dispone in un’immaginaria veglia un “noi” collettivo composto dagli amici del defunto, e che presto diventerà il narratore plurimo della storia.

Gli amici giustappongono i ricordi come in sequenze cinematografiche, prima ancora che la postproduzione intervenga a sistemare il montaggio, creando una qualche continuità temporale. No, i ricordi compaiono a caso, aleggiano come angeli intorno al cadavere di Robert, lo seguono fino all’obitorio cantandogli un penoso addio, ninnananne da autopsie, marciano in un grottesco corteo funebre di persone vive che abbracciano la morte, come lo sono i tossici, i paranoici, i reietti, i ladri, le prostitute, chi è stato lasciato, abbandonato, solo come un cane.

E ci si immagina a guardarli con disprezzo soltanto un cielo inglese severo e grigio, che li copre di vergogna sotto i cavalcavia dove si inietteranno l’ennesima dose, come ratti, perquisiti dall’eroina che non gli lascia scampo, li mette al muro, e insieme è l’unico motivo per il quale si permettono di vivere.

I personaggi di questo libro sono fantasmi, coloro che normalmente temiamo e schiviamo, invisibili anche a loro stessi se non nell’attimo urgente in cui il corpo si contorce e chiede di riposare al tocco gentile di un ago ipodermico. I loro ricordi e pensieri non sono che intermittenze (frasi interrotte, come avviene per tutto il corso del secondo capitolo), voragini che si aprono sul nulla, nella ricerca continua di qualcosa che plachi il dolore e la fame. La normalità non è nemmeno più agognata, è solo una eco lontana, derisa nel ritratto che un tossico può fare di chi vuol farlo smettere e non sa quanto la vuoi, quanto ti piace. Esiste solo lei, trovarla e sopravvivere, trovarla.

La bravura di McGregor non è quella di dipingere lo squallore di un certo sobborgo (anche se lo fa alla perfezione) bensì di farti entrare nella psicologia degli ultimi, nella mente della dipendenza, nell’urlo della vena del tossico, in un gruppo di gente che conosce l’amicizia ed è scossa da un lutto, ma sopra la sofferenza dell’uomo che muore, conosce quella dell’animale che soffre, scappa, è braccato, trema, è scacciato, ha freddo e fame, una fame atavica e implacabile, l’animale che vive e non sa perché. Non sono più persone, non sono nemmeno cani. L’amore per l’amico morto è ciò che li lega tutti e ricorre, li rende consapevoli dell’ineluttabilità del loro futuro di perdenti, e insieme gli fa ricordare le strade che hanno intrapreso tutti fino a perdere ogni dignità, li tormenta con il peso del rimorso per quello che avrebbero potuto essere se solo ne avessero avuto coraggio, gli ricorda quel lucido terrore che si dipana come un brivido, di morire soli, su un gelido pavimento a Dicembre. Sforzarsi di ricordare Robert che è uno di loro, è sforzarsi di ricordare che da qualche parte, pure se nessuno se ne è accorto, anche loro sono esistiti.

Il libro, edito in Italia da ISBN Edizioni (www.isbnedizioni.it) è il terzo potente e tragico romanzo dell’autore. Sul minisito creato dalla casa editrice, trovate, tra le altre informazioni, anche le conclusioni delle frasi interrotte del secondo capitolo: qui . Buona lettura!