“Quello che so è che mi riesce bene fare da interfaccia”.

Mancherebbero tre giorni per prendere un aereo, fare un salto oltremanica e vedere la magnifica retrospettiva di Nam June Paik (fino al 13 Marzo) alla Tate di Liverpool. Sembrerebbe impossibile? Noi abbiamo fiducia nella vostra intrapendenza! Ma in ogni caso l’occasione è ghiotta per parlarvi di  un artista che definire visionario è poco.

Paik ci ha lasciato nel 2006 con un apporto davvero interessante per l’arte visuale, con un approccio rivoluzionario associato all’utilizzo del formato video nelle installazioni e nelle performance artistiche. Si tratta di quella che per molti viene chiamata videoarte ma ha trovato nel percorso dell’artista coreano spunti che ora è difficile dissociare dai contesti che vanno dalla viralizzazione dei contenuti online alla forma di ripresa e di creazione di flussi di coscienza per immagini che spesso vediamo associati ai videoclip o a progetti di net.art.

Progetti che già nei primi anni ottanta lo hanno visto unire performance artistica e trasmissione televisiva internazionale. Sapere che negli anni sessante le collaborazioni prinicipali erano attive con artisti a 360 gradi come Ginsberg e John Cage, pone un accento interessante per comprendere – grazie alle sue opere – un certo percorso che anche la società ha fatto nella relazione con la tecnologia e nel rapporto con i media e i formati di rappresentazione della realtà.

Trovate maggiori informazioni sul sito dell’artista Nam June Paik Studios