Laney Brooks, moglie di Bruce, mamma di Janey e Eli, è la protagonista di Mrs. Brooks, New Jersey di Amy Koppelman edito da Safarà editore; una donna curata, una tipica moglie americana con la vita perfetta, quella che aveva voluto e ottenuto per sé stessa, eppure una donna in frantumi.

È questo il problema. Quando mi guardo intorno non riesco a non pensare come tutto andrà in frantumi.

Questa è una frase che chi soffre di depressione conosce benissimo.

Nelle prime pagine di Mrs. Brooks, New Jersey si sa poco, se non quello che nasconde e allora ti dici: “Cosa stai combinando Laney, come ti sei ritrovata intrappolata in questa vita che ti sta così stretta?”. In fondo non siamo un po’ tutti irrisolti, infelici? E la scrittura nevrotica e criptica di Amy Koppelman non aiuta di certo. Tradimenti, sesso compulsivo, droga, vodka e l’ossessione per la vecchiaia e l’aspetto fisico. Arrivo a chiedermi se Laney non sia una semplice provocatrice patologica con i suoi comportamenti distruttivi o se è solo terribilmente ed irrimediabilmente infelice.

È un flashback a dare il primo indizio e a dimostrare, se non fossimo già tutti convinti di questo, che i problemi di Laney vengono da molto lontano e ruotano intorno ad un padre con il quale non ha più un rapporto e il ricordo di una madre dipendente dal Valium, vittima di un solo pensiero fisso:

Nessuno ti avverte di quanto tutto sia spaventoso.

Il pensiero che è tipico dell’ansioso e di chi combatte una battaglia con la propria mente. E la stessa battaglia prenderà il controllo della vita di Laney, pur dopo un mese in rehab, i colloqui con il suo analista e la voglia di dare ai suoi figli una vita migliore. Mrs Brooks, New Jersey, allora, si rivela per quello che veramente è: il cammino sull’orlo del baratro di una donna e dei suoi demoni ai quali non possiamo dare un nome certo, ma che sono un mix di depressione, dipendenze, ansie e ossessioni. E per ognuna di queste “voci” viene descritto un comportamento che chiunque di noi che ha sofferto di una di queste patologie sa riconoscere. Questo fa del romanzo della Koppelman un onesto racconto della malattia, senza edulcorazioni.

Non riesce a tirarla fuori da questo baratro suo marito, che cade in fretta nell’errore che fanno tutti coloro che non conoscono depressione o ansia. “Perché sei arrabbiata?” le chiede, come se tutto dipendesse sempre e solo dalla rabbia o dai rapporti con gli altri. Ma quello che le chiede, in realtà, è perché sei infelice se ti ho dato tutto quello che volevi e sognavi con me? E la risposta non la sa Laney, nel picco della sua attività disfunzionale, e non la sa il lettore, timido spettatore della distruzione di una vita di facciata. Una consolazione per qualcuno, un terribile destino per altri. Dipende da come la si pensa sulla vita familiare e la sua coesistenza con la depressione, le droghe e quel sesso meccanico e furioso che tanto piace a Laney e che tanto disturba chi lo legge.

Lo spiraglio di umanità di Laney appare nel rapporto con i figli, con l’enorme senso di colpa per non averli resi migliori, onnipotenti e tremendamente americani nella loro perfezione.

Se la depressione è oscurità, allora il figlio della depressione cresce vivendo nell’ombra di quella oscurità. Laney lo sa bene dalla sua infanzia. Quello che ereditiamo, indiscriminatamente.

In questo turbine di dolore e tentativi di risalita, da lettrice ho abbandonato per forza di cose lo scetticismo iniziale, eppure non c’è spazio per l’empatia o la comprensione e non perché Laney Brooks non se lo meriti, ma perché la lettura vola via in uno schiocco di dita. Siamo spettatori impotenti della vita di una che, per stessa ammissione della voce narrante, non è “la vera Laney”. Fortunatamente non c’è spazio nemmeno per il giudizio morale dell’io narrante: questa è la realtà, questo è ciò che significa soffrire di depressione o avere pensieri autodistruttivi.

Troverai mai pace Laney?”, le chiederà il marito, e la risposta la trovate in una struggente e liberatoria pagina finale. Perdonami se ti ho giudicata Mrs Brooks, adesso so che ci hai provato.