Si dice che il genio si ponga una sola questione per una vita intera e che tutta la sua produzione non rappresenti altro che gli innumerevoli tentativi di risposta a quella sola, fondamentale, domanda. Se in una bella giornata di pioggia ci mettessimo a guardare la filmografia di Wes Anderson capiremmo immediatamente che quell’ipotesi è fondata. Struttura del componimento: famiglia – contrasto – amore – lotta – ricomponimento. Protagonista/i: lo/gli outsider. Contesto sociale: la società ben strutturata che affonda le proprie radici nell’invariabilità ottusa delle norme che la battaglia personale del singolo avrà l’effetto collaterale di distruggere e ricreare ex novo.

Una struttura invariabile, estremamente classica, anzi, mitologica. Come Achille o Ulisse gli outsider di Anderson presentano caratteristiche singolari che la società in prima istanza rigetta. Proprio come gli eroi greci affrontano un pellegrinaggio che avrà come effetto la conferma delle proprie qualità e il ristabilimento di un nuovo ordine. Nel percorso di formazione l’amore gioca un ruolo fondamentale facendo al contempo da movente verso l’azione e da premio finale per l’eroe.

E’ incredibile quante variazioni Anderson sia riuscito a produrre di questo unico, semplicissimo schema. Forse solo conservando la struttura invariata è stato possibile concentrarsi sulle sfumature, mettere la fantasia al servizio della resa visiva, curare in maniera maniacale i dialoghi, la fotografia, i costumi, raccontando sempre la stessa storia, come nelle favole di Esopo.

Non smette di affascinare in Wes Anderson proprio l’elemento favolistico: la trovata geniale, il trabocchetto ben riuscito, la minuziosa caratterizzazione dei personaggi. In Moonrise Kingdom c’è tutto questo. Famiglie che non sono altro che la somma dei componenti, ragazzi fuori dagli schemi che vengono emarginati come “diversi” da una società rigida che nasconde i propri fallimenti sotto il tappeto. L’esperienza risolutiva si compie attraverso il viaggio – sia esso metaforico o reale – che muove i primi passi sotto l’egida dell’amore romantico.

Così è anche in quest’ultimo lungometraggio. Due ragazzini fuori dagli schemi comportamentali. Bambina inquieta lei, vestita da corvo e da bambola, una valigia piena di libri traboccanti eroine dell’autonomia, un binocolo al collo come superpotere. Orfano lui, anarchico e risoluto, perfetto boy scout nella divisa e nell’attitudine survivor, ma non nella riverenza verso l’autorità.

L’amore è uno sguardo sulla soglia di un teatro, una fuga nel bosco di fronte muniti di troppi bagagli, un ballo sulle note di Francois Hardy, un bagno in una baia sconvolta dal sole che diviene regno di tutto ciò che è possibile. L’amore è una sfida su un cornicione bagnato, rivolta agli adulti che stanno a guardare come in uno specchio l’innocenza perduta. L’amore è un paio di forbici nella schiena dei cinici e dei presuntuosi.

Tutto infine torna al proprio posto. Riposti i libri, riavvolti i dischi, curate le ferite, convinti i detrattori. Completata la fuga l’orchestra sudata e sconvolta si ricompone e saluta il pubblico. Quello che si muove non è tanto negli animi dei musicisti, che quella musica la sanno suonare. E’ il pubblico che cambia per sempre, ricorda fino a casa la voglia di saper comporre e il talento di fuggire.

L’amore nei film di Wes Anderson è rosa confetto e occhi di corvo bistrati di nero.