C’è una cosa, in tutto questo casino ordinato secondo i tag “molestie”, “harassment”, “Weinstein”, che spesso sfugge e che invece è molto più centrale di quanto si creda. Il potere. Oddio, non è nemmeno vero che sfugge del tutto, viene anzi citato molto spesso. Ma è inserito in tantissime altre considerazioni che invece sono molto più opinabili.

Gli uomini sono tutti dei porci? Il loro istinto animale prevarica la loro razionalità? Il maschilismo è così granitico da impedire una chiara distinzione tra che cos’è molestia e cosa non lo è? Siamo tutte un po’ troie? È proprio vero che davanti a una molestia la soluzione sarebbe quella di andarsene/dare una pedata in mezzo alle gambe/denunciare e chi non lo fa è connivente o furba o forse sotto sotto ci sta? Perché devo credere a un’attrice che mi racconta qualcosa del suo passato e non al regista che la smentisce? Perché vacillo quando viene coinvolta una star che stimo? Perché iniziano ad infastidirmi tutte queste confessioni a valanga, quotidiane? Perché non ne posso già più? Chissenefrega adesso di Nancy Brilli e di Federico Moccia?

Perché – come sempre – stiamo rischiando di perdere il punto in tutta questa faccenda che ogni giorno si allarga come una metastasi? Perché ci ostiniamo ad entrare nel particolare delle cose.
Chi è lui? Chi è lei? Che cosa racconta? Quando è successo? Dove è successo? Cosa ha provocato? È diventata famosa? Ha fatto dei film? Perché non ha denunciato prima?
Qui sta l’errore di fondo. Non siamo la giuria popolare di un tribunale americano, che deve scegliere se giudicare colpevole o meno l’imputato. Anche se i nostri profili social ci fanno pensare il contrario, non lo siamo. Ad entrare nel dettaglio, nel particolare di ciascuna storia ci penserà – se sarà ancora possibile – la magistratura (se qualcuno denunciasse qualcosa di più recente ci farebbe pure un favore) o qualche giornalista serio che decide di sprecare del tempo per un’inchiesta seria e non una varietà che un giorno parteggia per Stamina, un altro pubblicizza una linea Adsl e mezza Italia la crede un programma giornalistico.

L’unica cosa che tiene insieme tutto, dicevo, è il potere, che quasi sempre è brutto e cattivo. Come lo si esercita, le brutture che ne conseguono, la sua caricatura. Forse ci siamo abituati all’idea che il potere non esista davvero, che ormai sia una spuma sifonata. Evanescente come lo sono i termini “loro” o “poteri forti”. Ce la siamo raccontata grazie a questa diavoleria moderna che è la democrazia e il suo esercizio pubblico e universale. Poco alla volta, anche grazie alla messa in discussione delle autorità costituite (dal Sessantotto alla Casta) abbiamo progressivamente pensato che l’uno valesse davvero uno. Invece no. Certi uno valgono di più e lo varranno sempre. E questi uno, per come sono state sinora la società e la sua direzione – in tutti i campi ancora troppo spesso patriarcale – sono (quasi) sempre maschi. Anche per questo non ne vediamo la fortissima correlazione con i fatti di questi giorni. Diamo per scontato che il regista sia uomo, il produttore sia uomo, il dirigente sia uomo. Non è colpa nostra. È sempre stato così per davvero. L’uomo detiene il potere e le donne (ma anche gli uomini “più in basso” devoti alla causa nel loro essere gregari, paraculi, yes man) fanno quello che in questo equilibrio sono chiamate a fare. Il loro ruolo, in uno schema come questo, è necessariamente l’esasperazione dello stereotipo femminile. Per questo molti quando pensano a queste situazioni faticano ad indignarsi del tutto. Tutti noi abbiamo vissuto una situazione in cui l’uomo svolgeva il suo ruolo stereotipico e la donna il suo correlativo. È lo squadernamento di questo patto fatto 100, di questo tondo malgrado tutto equilibrato e prevedibile che sconvolge i piani e determina la molestia. È quasi sempre l’abuso di chi ha il potere a determinarlo. E dato che qui il potere ce l’ha quasi sempre l’uomo, che nella sua caricatura esaspera il suo essere maschio mettendo sul tavolo il pisello (quasi sempre anche tra uomini, anche se con scopi differenti), ecco che la molestia diventa sessuale.
Siamo abituati a vedere il potere nelle mani degli uomini, per questo chi con questa dicotomia (chi lo ha vs chi non ce l’ha) ci vive tutti i giorni non inquadra molto bene lo scandalo. Sa cosa significa subirlo e sa cosa vuol dire rapportarvisi. Per questo – per chi si lamenta che si parla molto di attrici e poco di impiegate – il problema sembra quasi una velleità per chi si è ritrovato a vivere un autunno un po’ vuoto di lavori.

Ho pensato a cosa servirebbe. Se questa inquisizione mezzo social contro quest’attore o quel regista possa portare a qualcosa. E in che modo.
Che le Iene portino in prima serata lo scandalo mi sa che serve a poco. Parlano soprattutto a quella parte di società che questa dicotomia la vive tutti i giorni, e infatti su Tv Sorrisi e Canzoni la bufera su Kevin Spacey è una breve. Da lì si solleveranno pochi indignati e molti “ma che, non lo sapeva questa che andava a finire così”, proprio perché certa gente il potere sulla testa lo sente dal giorno uno. Sembra un po’ troppo fantozziano, ma tant’è. L’unica, davvero l’unica cosa che serve è che le donne arrivino ad essere la metà (non certamente matematica) delle persone di potere.

O meglio, serve che questi ruoli non abbiano genere, ma soltanto merito o genio o semplicemente culo.

Solo in questo modo la cloud del potere perderà tutte quelle caratteristiche maschili con cui di solito viene descritto. Solo così una donna decisionista e autonoma non sarà una donna con le palle e un uomo sensibile non sarà una donnicciola. Il potere ha a che fare con le spalle larghe, con gli attributi. Deve essere rigorosamente tutto duro, ci mancherebbe. Tutto sessuale, tutto animale, tutto brutalmente molesto. Le molestie e gli abusi non finiranno per una social caccia alle streghe o perché vedi mai che questa poi va a raccontare in giro che mi piace masturbarmi mentre la guardo. Non si educano così i bambini, figuriamoci gli adulti di potere. Quelli che abbiamo probabilmente ce li dovremo tenere come sono e forse sì, il sospetto li terrà (un po’) a bada. Per quelli di domani serve invece tutto questo e per fortuna che abbiamo iniziato. Serve che il potere sia – questo sì – no gender. Innanzitutto sarà più difficile vantarsene inter pares dandosi di gomito in sauna o dopo una partita a tennis. E poi sono tremendamente curiosa di sapere il potere femminile istituzionalizzato quali tic animali e caricaturali può assumere. Non vorrete mica che questa parte primitiva scompaia del tutto, mica siamo automi come vorrebbe farci credere Hiroshi Ishiguro. Animali lo saremo sempre, magari non in ufficio.