www.feltrinelli.it

Lo ammetto, se potessi vivrei sempre in viaggio a vedere tutto quello che mi piace, che mi interessa, che mi cura, che trasforma. Queste cose solitamente le trovo sempre presenti a teatro ma ci sono anche altri “luoghi” che hanno il potere di essere così forti: i libri. I libri sono le storie, il nostro “teatro personale”, sono parole che leggiamo, personaggi e situazioni che immaginiamo, a cui diamo un volto, una forma e possono prendere vita in qualsiasi momento, in qualsiasi posto.
Così, poche settimane fa, sono stata a due eventi molto importanti, due festival: il Festival Internazionale (a Ferrara) e la Fiera delle Parole (a Padova). Gli elementi in comune tra questi due grandi eventi sono stati sicuramente la capacità di coinvolgere una intera città mettendo a disposizioni spazi, parchi, librerie, teatri che si prestano a diventare dei luoghi di aggregazione, di ascolto, tutto completamente in forma gratuita (o quasi). Ed è proprio in queste due occasioni che ho avuto la fortuna di ascoltare e incontrare Concita De Gregorio che ha presentato il libro Mi sa che fuori è primavera.

Visto la “deformazione” professionale di Concita De Gregorio, legata ai casi di cronaca, anche la storia di questo libro si rifà a un fatto di cronaca avvenuto diversi anni fa. Non lo pone mai al centro della narrazione perché il suo scopo non è quello di far rivivere quanto è accaduto alla protagonista nel dicembre del 2011, ma di raccontare la storia dell’unica sopravvissuta. Come scrive l’autrice, “I fatti sono semplici, terribili e noti”. La sparizione dell’ex marito di Irina con le figlie gemelle di sei anni, il suo suicidio sotto un treno, senza lasciare delle bambine nessuna traccia, sono eventi “pietrificati”. La protagonista non rimane però pietrificata da questi eventi ma sente l’effettiva necessità di dover rimanere in vita, di sopravvivere per mantenere il ricordo intatto, di tentare di andare avanti (è possibile?) cercando di guarirsi in tutti i modi possibili, medicine, cure alternative, viaggi, sciamani, tecniche di respirazione, meditazione. Dopo quasi 5 anni di ricerca, Irina arriva, forse, all’unica soluzione possibile, quella di raccontare per prima a qualcuno la sua storia, per mettere ordine, per “aggiustare” ciò che era andato rotto.

La cosa che più mi ha conquistato e colpito dal racconto della De Gregorio riguardo il suo incontro con Irina, è il potere che hanno avuto in tutto questo percorso le PAROLE. La necessità di dover raccontare quello che ci succede, di porlo all’attenzione di qualcuno perché così esso possa diventare “vero”, degno di nota, e in qualche modo rivivere attraverso la voce e gli sguardi di chi ci ascolta è di natura primaria e curativa. Il “metterlo in scena” per potersi guarire, per riordinare i tasselli (il principio del teatro).  In fondo quante volte ci è successo di non avere l’occasione di raccontare quel tal fatto o episodio e quante volte poi ci è sembrato che un po’ quella cosa, vissuta, in realtà non fosse mai successa? È strano ma ha una logica, perché le parole ci permettono di dare una realtà ai ricordi, uno spazio, una collocazione, di renderli tangibili, veri.

Anche l’origine delle parole e il significato etimologico viene alle volte dimenticato ma è oltremodo fondamentale. Pensiamo a due parole che usiamo spessissimo: RICORDARE (portare al cuore) e DIMENTICARE (far uscire dalla mente) e quanto del loro significato è già descritto nella parola. Una cosa che portiamo nel cuore non la dimenticheremo mai perché non sta nella mente ma dentro di noi, viceversa se la riconduciamo alla mente è molto probabile che la dimenticheremo e il breve tragitto CUORE-MENTE /MENTE-CUORE  alle volte è un percorso che dura tutta una vita.

www.giovannivotta.it

www.giovannivotta.it

Oltre a questo, a ricordarci da dove proveniamo, le parole servono anche per guarirci, come un legante che ricompone i pezzi.  In Giappone esiste una tecnica particolare che aggiusta i frantumi tra loro con oro liquido. È un’antica tecnica che mostra e non nasconde le fratture. Le esibisce come un pregio: cicatrici dorate, segno di rinascita. L’oggetto si arricchisce di caratteristiche che prima non aveva: è più forte, è unico e prezioso. Anche per le persone è così. Chi ha sofferto è prezioso, la fragilità può trasformarsi in forza. La tecnica che salda i pezzi, negli esseri umani, si chiama amore e spesso l’amore può essere tradotto con le parole.

PAROLE il nostro legante, un luogo asciutto, un vestito troppo stretto, oro colato che guarisce le ferite.