Conosciamo Ana Gugic: l’Italia, la Croazia, il design e la filosofia.

I makers stanno per arrivare a Roma. Nei cinque giorni del MENCRAFT MAKERS FESTIVAL, l’evento in programma a Roma da domani a sabato prossimo all’Aranciera di San Sisto in Via Valle delle Camene  (Terme di Caracalla), il tema dell’artigianalità e del saper fare vedrà protagonisti donne, uomini, gruppi di lavoro e piccole imprese. Il MENCRAFT si distingue dalle decine di festival promossi in Italia ed Europa per il ruolo assegnato alla capacità di fare: in questo caso la narrazione attorno ad un tema non impiegherà il momento espositivo come mero corollario. Anzi, in questa celebrazione del biennio di ricerca 2010-2011 del laboratorio milanese RADIO, il mondo delle due ruote, dello street food, della pornografia, del social design e, in generale, tutti gli ambiti in cui “l’ingegno manuale accompagna l’intuizione artistica” saranno al centro: Mencraft è infatti, prima di tutto, “un’esposizione di progetti, creazioni e oggetti” . Tra i makers presenti, abbiamo scelto di conoscere la designer Ana Gugic, co-autrice del progetto “Lost & Found” assieme al fotografo Luca Desienna: siamo partite dalla sua formazione per sconfinare dove l’Adriatico è più spettacolare…

LOST and FOUND, installazione e sketch book con idee sul riutilizzo di materiali di uso comune costruttivo per moduli abitativi di strada.

COSEBELLEAna Gugic, una designer e architetto con studi di filosofia alle spalle. Non è un abbinamento molto diffuso e ci incuriosisce. Che ruolo occupa la disciplina filosofica nella pratica progettuale?

ANA GUGIC – In effetti il mio percorso è più umanistico che filosofico, ho studiato letterature italiana e croata alla facoltà di Filosofia quando ero a Zagabria. E in parallelo design alla facoltà di Architettura. Il vero insegnamento che mi porto dietro da quegli anni è di essere sempre sintetica e mai decorativa nel mio lavoro. Oltre naturalmente ad un interesse professionale che travalica il mero mondo del design: teatro, letteratura slava, arte moderna e contemporanea, performance. Io trovo molto importante questa ibridazione multidisciplinare, penso che se avessi avuto un percorso di studi legato solo al design, in qualche modo adesso i miei processi creativi e prodotti sarebbero più “poveri”.

Moving Table, modulo ufficio spostabile realizzato per lo studio Radio, Milano

CBDa  quasi 10 anni lavori in Italia come freelance, collaborando con alcuni tra i più prestigiosi studi del nostro paese. Come sei riuscita a entrare in contatto con queste importanti realtà architettoniche? Di cosa ti occupi?

ANA GUGIC – Mi occupo dell’interior design legato allo sviluppo architettonico di strutture di grandi superfici, come aeroporti, flagship store e uffici pubblici. E’ un’opportunità incredibile perché pochi architetti lavorano su progetti di così grande portata in Italia. Per un designer questo richiede una visione d’insieme che parte dalla prototipizzazione di un singolo pezzo e va ben oltre. Rispetto agli inizi, devo dire sono stati difficili: ho iniziato a lavorare gratis, come ormai sembra diventato normale per tanti giovani alle prime armi in Italia – una pratica assolutamente deleteria ed ingiusta –  e grazie ad una miscela di fortuna e impegno sovraumano mi sono guadagnata la fiducia e il rispetto dei miei diretti responsabili. In questo modo ho creato un network di conoscenze molto esteso e  proficuo, conoscendo persone importanti per me come Davide Stolfi e Defne Dilber, con le quali ancora oggi lo scambio creativo e lavorativo è massimo.

LOST and FOUND

COSEBELLEVeniamo alla mostra che ti vede protagonista nell’ambito di Mencraft. Nei prototipi che presenterai fai ricorso a materiali recuperati, elaborando una “strategia per la sopravvivenza negli interstizi della città”. Puoi spiegarci più approfonditamente questo lavoro?

ANA GUGIC – Il concept iniziale è stato lanciato da xister e Marco Klefisch che volevano creare un progetto multidisciplinare per il Salone del Mobile 2012: mettere insieme un designer, un fotografo, un giornalista e anche dei musicisti e farli riflettere, con i rispettivi strumenti, sugli spazi dimenticati della città che a volte vengono riutilizzati dai singoli, Lost and Found, appunto. Per quanto mi riguarda tutto è partito dall’osservazione: abbiamo fatto vari sopralluoghi con Marco nei dintorni di zona Tortona, in quegli spazi così strombazzati e frequentati durante i giorni del Salone, e ci siamo accorti che lì dove nessuno le nota esistono delle “sacche” di vita umana completamente autosufficienti, adiacenti i grandi palazzi e gli showroom di design ecosostenibile. Capanne di cartone, fuochi accesi con legna di mobili vecchi, tappeti di plastica. I materiali della vita quotidiana riutilizzati e reinventati. Creatività nata dalla necessità. Proprio nei paraggi di queste scene abbiamo poi incontrato un cantiere edile in piena attività, e mi ha colpito la presenza di tutti quei materiali di lavoro: tubi di qualsiasi tipo, di cemento,  corrugati,  metallici,  plastici… avresti potuto creare qualsiasi cosa, anche una Spaceship se usavi quelli di metallo! Perciò ho voluto buttare giù delle idee di utilizzo “di sopravvivenza” di questi materiali di cantiere, una specie di vademecum alla vita di strada, sospendendo per un attimo il giudizio sulla problematica etica a monte, e focalizzandomi solo su come poter supportare con la mia competenza un essere umano in quelle condizioni.

Lavello DOGMA 100, prodotto per la ELLECIVincitore del premio RED DOT DESIGN 2012 _ Fotografia :Netti, Elleci. In collaborazione con lo studio di architettura Dilber Stolfi

CBL’Europa osserva sempre con maggiore interesse all’area balcanica e ai suoi progettisti: dai Numen/For Use, il gruppo croato/austriaco attivo in tutto il mondo fino ad alcune interessanti mostre collettive, come Croatian Holiday alla scorsa Milano Design Week si rileva un certo fermento provenire dall’altra parte dell’Adriatico. Sei d’accordo? Quali sono i designer balcanici cui guardare con interesse per i prossimi anni?

ANA GUGIC – Negli ultimi anni molto cose si stanno muovendo da noi, rispetto a quando io sono andata via 10 anni fa, quando solo i Numen esistevano. E’ come se i Numen fossero stati i primi a mostrare una nuova strada ai designer del mio Paese: fare il designer significa creare oggetti che realmente devono avere un futuro in produzione industriale.  L’estro artistico e creativo non può prescindere dalla viability, come dicono gli americani. Adesso la scena degli young designer è veramente fervida, ci sono varie organizzazioni, festival e mostre colletive come D-DAY (the design day) a Zagabria, Mikser il festival di Design a Belgrado, Sofia Design Week ecc.  Tutti questi eventi danno l’opportunità di mostrare il proprio lavoro ai numerosi giovani designer della penisola balcanica. Non ho un nome in particolare da suggerire, piuttosto invito ad andare in quei luoghi, a quegli eventi, e respirare il mood creativo di una generazione nuova, nata post-guerra e post-Yugoslavia. Ne vale la pena.

Ikebana, moving candle

CB Per la maggior parte degli italiani la Croazia è – soprattutto – un delizioso paese bagnato dal mare dove trascorrere le vacanze estive, senza spendere una fortuna o dover fare viaggi intercontinentali. Quali suggerimenti – anche a livello di musei, città, locali etc – ti senti di dare ai nostri lettori curiosi di conoscere più a fondo la tua terra?

ANA GUGIC – Per questa domanda dovresti aprire una intervista a parte! Talmente tante sono le cose che a noi croati piacciono della Croazia. Io sono per parte Zagabrese e per parte Dalmata, ed ho passato la mia infanzia in Istria. Consiglierei subito una visita alla penisola Istriana, vicinissima all’Italia, ed in particolare a Rovinj, una perla dell’Adriatico del Nord. Da lì a scendere, meglio se in barca, per tutta la costa croata si incontrano luoghi di storia e cultura, dove la natura regna incontrastata: le isole Kornati, KrK, i laghi di Plitvice, Trogir, Split ed infine Dubrovnik, splendore dell’antica epoca delle Repubbliche Marinare. Come musei suggerirei il Museum of Broken Relationships, una idea veramente originale ed “interattiva”: alla fine della visita le persone vengono invitate a contribuire alla collezione del museo, con un oggetto proveniente dal proprio repertorio di storie andate a male! Poi la Home of HDLU, Mestrovic Pavillion, a Zagabria, disegnata da uno dei nostri più grandi artisti plastici, Ivan Mestrovic. Un nuovissimo museo è il  Museo di Arte Contemporanea di Zagabria. In ultimo suggerisco, quando siete a Zagabria, di fare una visita al cimitero Mirogoj, una delle costruzioni cimiteriali più spettacolari in Europa, con tombe di qualsiasi professione religiosa, ideato da Herman Bollé a fine ottocento.

Moving chair

CB – Una cosabella

ANA GUGICANNA G di Alessandro Mendini. E non solo perchè ha praticamente il mio stesso nome!

—> Save the date: MENCRAFT – Roma, 12/16 giugno 2012. Anche su Facebook. <—



Breve intro a cura di Cosebelle

1. COSEBELLE – Ana Gugic, una designer e architetto con studi di filosofia alle spalle. Non è molto diffuso e questo aspetto della tua formazione ci incuriosisce. Che ruolo occupa la disciplina filosofica nella pratica progettuale?

2. In effetti il mio percorso è più umanistico che filosofico, ho studiato letterature italiana e croata in facoltà di Filosofia quando ero a Zagabria.
E in parallelo design in facoltà di Architettura.
Il vero insegnamento che mi porto dietro da quegli anni è di essere sempre sintetica e mai decorativa nel mio lavoro. Oltre naturalmente ad un interesse professionale che travalica il mero mondo del design: teatro, letteratura slava, arte moderna e contemporanea, performance. Io trovo molto importante questa ibridazione multidisciplinare, penso che se avessi avuto un percorso di studi legato solo al design, in qualche modo adesso i miei processi creativi e prodotti sarebbero più “poveri”.

3. COSEBELLEDa poco meno di 10 anni lavori in Italia come freelance, collaborando con alcuni tra i più prestigiosi studi del nostro paese. Come sei riuscita a entrare in contatto con queste importanti realtà architettoniche? Di cosa ti occupi?

4. Mi occupo dell’interior design legato allo sviluppo architettonico di strutture di grandi superfici, come aeroporti, flagship store ed uffici pubblici. E’un’opportunità incredibile perché pochi architetti lavorano su progetti di così grande portata in Italia.
Per un designer questo richiede una visione d’insieme che parte dalla prototipizzazione di un singolo pezzo e va ben oltre.
Rispetto agli inizi, devo dire sono stati difficili: ho iniziato a lavorare gratis, come ormai sembra diventato normale per tanti giovani alle prime armi in Italia – una pratica assolutamente deleteria ed ingiusta – e grazie ad una miscela di fortuna ed impegno sovraumano mi sono guadagnata la fiducia ed il rispetto dei miei diretti responsabili.
In questo modo ho creato un network di conoscenze molto esteso e proficuo, conoscendo persone importanti per me come Davide Stolfi e Defne Dilber, con le quali ancora oggi lo scambio creativo e lavorativo è massimo.

5. COSEBELLEVeniamo alla mostra che ti vede protagonista nell’ambito di Mencraft. Nei prototipi che presenterai fai ricorso a materiali recuperati, elaborando una “strategia per la sopravvivenza negli interstizi della città. Puoi spiegarci più approfonditamente questo lavoro?

6. Il concept iniziale è stato lanciato da xister e Marco Klefisch che volevano creare un progetto multidisciplinare per il Salone del Mobile 2012: mettere insieme un designer un fotografo un giornalista e anche dei musicisti e farli riflettere, con i rispettivi strumenti, sugli spazi dimenticati della città che a volte vengono riutilizzati dai singoli: Lost and Found, appunto.

Per quanto mi riguarda tutto è partito dall’osservazione: abbiamo fatto vari sopralluoghi con Marco nei dintorni di zona Tortona, in quegli spazi così strombazzati e frequentati durante i giorni del Salone, e ci siamo accorti che lì dove nessuno le nota esistono delle “sacche” di vita umana completamente autosufficienti, adiacenti i grandi palazzi e gli showroom di design ecosostenibile. Capanne di cartone, fuochi accesi con legna di mobili vecchi, tappeti di plastica. I materiali della vita quotidiana riutilizzati e reinventati. Creatività nata dalla necessità.
Proprio nei paraggi di queste scene abbiamo poi incontrato un cantiere edile in piena attività, e mi ha colpito la presenza di tutti quei materiali di lavoro: tubi di qualsiasi tipo, di cemento, corrugati, metallici, plastici…avresti potuto creare qualsiasi cosa, anche una Spaceship se usavi quelli di metallo!
Perciò ho voluto buttare giù delle idee di utilizzo “di sopravvivenza” di questi materiali di cantiere, una specie di vademecum alla vita di strada, sospendendo per un attimo il giudizio sulla problematica etica a monte, e focalizzandomi solo su come poter supportare con la mia competenza un essere umano in quelle condizioni.

7. COSEBELLEL’Europa osserva sempre con maggiore interesse all’area balcanica e ai suoi progettisti: dai Numen/For Use, il gruppo croato/austriaco attivo in tutto il mondo fino ad alcune interessanti mostre collettive, come Croatian Holiday alla scorsa Milano Design Week si rileva un certo fermento provenire dall’altra parte dell’Adriatico. Sei d’accordo? Quali sono i designer balcanici cui guardare con interesse per i prossimi anni?

8. Negli ultimi anni molto cose si stanno muovendo da noi, rispetto a quando io sono andata via 10 anni fa, quando solo i Numen esistevano. E’ come se i Numen fossero stati i primi a mostrare una nuova strada ai designer del mio Paese: fare il designer significa creare oggetti che realmente devono avere un futuro in produzione industriale.
L’estro artistico e creativo non può prescindere dalla viability, come dicono gli americani.
Adesso la scena degli young designer è veramente fervida, ci sono varie organizzazioni, festival e mostre colletive come D-DAY (the design day) a Zagabria, Mikser il festival di Design a Belgrado, Sofia Design Week ecc.
Tutti questi eventi danno l’opportunità di mostrare il proprio lavoro ai numerosi giovani designer della penisola balcanica. Non ho un nome in particolare da suggerire, piuttosto invito ad andare in quei luoghi, a quegli eventi, e respirare il mood creativo di una generazione nuova, nata post-guerra e post-Yugoslavia. Ne vale la pena.

9. COSEBELLEPer la maggior parte degli italiani la Croazia è – soprattutto – un delizioso paese bagnato dal mare dove trascorrere le vacanze estive, senza spendere una fortuna o dover fare viaggi intercontinentali. Quali suggerimenti (città, musei, locali, etc.) ti senti di dare ai nostri lettori curiosi di conoscere più a fondo questa terra?

Per questa domanda dovresti aprire una intervista a parte!
Talmente tante sono le cose che a noi croati piacciono della Croazia.