Caro padre,

da quando sei partito il basilico sul balcone ha deciso di diventare cicoria e le peonie si sono chiuse a riccio, ostentando freddezza e rassegnazione. Se ne stanno lì, lambite da un vento immemore, impavide quanto basta ad allontanare i calabroni. Le spio ogni santa mattina di questi mesi senza di te: pare volteggino impazzite, come girasoli in cerca del loro astro preferito.

Non ci sei più per le peonie, non ci sei per noi.
La poltrona reclama il tuo peso e lo specchio del soggiorno – lo stesso che registrava, disgustato, i tuoi goffi balli domenicali – cerca con speranza due calzini spaiati o un maglione magnificamente indossato al rovescio. L’aria ha perso i guizzi del tuo profumo e l’orizzonte, che prima pareva una linea netta e ambita, ora regala certi strani giochi di luce che confondono lo sguardo e le stime di viaggio. Tutte le specialità di quando esistevi sono diventate semplici oggetti e i tuoi amati orologi rincorrono solo il ritmo di un ricordo lontano.
Passa con disinvolta noncuranza, questo tempo senza noi. A volte pare dimentico, altre semplicemente disarmato e io, che cammino lungo i tuoi passi, ne perdo pian piano le impronte, l’andamento cadenzato, il piglio sorridente. Nessuno racconta più di politica internazionale accostando una mela ad un mandarino, come fossero due Stati confinanti. Nessuno usa più la salsa di soia come panacea di tutti i sapori.

Caro padre,

te lo sei mai domandato dove finiscono i pensieri d’amore che vagano per il cielo? Sarebbe interessante capire se arrivino a destinazione o se il vostro servizio postale versi in condizioni peggiori del nostro. Continuo a mandarti lunghe lettere e spargo nel silenzio della notte sussurri sentimentali di cui, prontamente, mi vergogno. Spesso ti chiamo a voce alta, ma l’eco delle mie parole si perde in un triste movimento discendente.
Una volta ci trovammo in campagna, nel pieno di una tromba d’aria. Io ero molto piccola e tu sembravi il personaggio buono di un romanzo di Scerbanenco. Zompettavo in compagnia di un alano di cui non ricordo il nome mentre tu, chiuso nella tua giacca di pelle color mattone, fumavi una sigaretta.
Ricordo che l’improvvisa furia del cielo mi fece gridare di paura, ricordo che l’alano scappò per i prati e che ci vollero ore per ritrovarlo. Ricordo anche che non ti lasciai più la gamba e che la tua mano, con l’unghia spaccata dalla fabbrica, si posò sulla mia testa tremante. Pensai che le trombe d’aria fossero le cose peggiori del mondo e, da quel giorno, presi a chiederti ossessivamente se ci fosse qualche vulcano vicino a casa nostra. I vulcani e le trombe d’aria dovevano avere una qualche attinenza, secondo i miei ragionamenti, e il fatto che fossero più forti di noi, della nostra volontà di appartenerci, mi pareva qualcosa di terribile.
Ci ha allontanati il silenzio, alla fine della nostra storia, non una tromba d’aria. Un devastante fatalismo senza nome e indirizzo ci ha diviso in modo più composto e definitivo.

Passa lungo trame sottili, il bisogno di te, caro padre. Ogni centimetro della mia pelle è cablato da questa lontananza a banda larga. Niente potrà essere più fatto insieme, ma la mia speranza è che qualcosa di buono lo possa compiere io, per entrambi. E che qualcuno, un angelo irriverente o la direzione sconclusionata di un canto triste, possa dartene presto notizia.

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Parole di Camilla Ronzullo – Zelda was a Writer

Illustrazione di Flaminia Cavagnaro