Gabriel García Marquez

NESSUNO SCRIVE AL COLONNELLO

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Nessuno scrive al colonnello è un racconto di un paio d’ore al massimo, ma dentro c’è tutto Gabriel García Marquez, tutta la città di Macondo, la Colombia, la guerra civile, la censura, il passato, il futuro del Colonnello, tutta la sua pazienza e la sua forza, e poi tutta la pioggia, il caldo, ottobre. Alla fine tutto mandato a quel paese in cambio di un’unica liberatoria battuta finale, quando Marquez ci libera dalla pena che stavamo provando per questo colonnello, che da quindici anni aspetta la pensione come reduce di guerra.
Ti vien da abbracciarlo un personaggio che ogni venerdì si reca al porto per controllare la posta che arriva con una lancia, e che per anticipare la pietà che gli altri provano per lui si dice da solo che “nessuno scrive al colonnello”. Ma poi ti fa ridere con quella passione per il suo gallo – di suo figlio precisamente – nel quale ripone tutte le sue speranze di sopravvivenza alla fame. Il gallo lo salverà, pensa. E così lo nutre più di quanto si nutra lui, litiga con la moglie, che è il suo opposto.

«L’illusione non si mangia», disse la donna.
«Non si mangia, ma alimenta» ribatté il colonnello.

Insieme si tengono a stento in vita, ma tengono più vivo che mai il ricordo del figlio, ucciso per aver distribuito stampa clandestina all’ultimo combattimento dei galli.
Poche pagine e tutto il dolore di un paese, di una famiglia, di un uomo reduce di guerra, ma che

«Così è» sospirò il colonnello. «La vita è la cosa migliore che sia stata inventata.»

La prosa più asciutta di Gabriel García Marquez, più essenziale. L’autore ha tolto tutto, ogni virtuosismo, ogni ricercatezza di stile, ogni sua accurata descrizione per lasciare il dramma al suo stato più duro e l’ironia al suo stato più puro.