Maps to the Stars

Ciò che è interessante per David Cronenberg ruota tutto intorno all’inconscio, alla psiche e ai suoi meccanismi. Molti non l’hanno capito quando sono andati a vedere A Dangerous Method e sono usciti pensando: “Questo non è un film di Cronenberg”. E invece lo era eccome, il tentativo supremo di comprendere la propria ossessione per la mente ripercorrendo i passi dei padri della psicoanalisi, Freud il despotico e Jung il sognatore, l’uno che sferzava in pubblico con le sue convinzioni e l’altro con lo scudiscio, in camera da letto.

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Sì perchè della mente e dei suoi concatenamenti a Cronenberg interessa più di tutti il meccanismo della violenza. La sua genesi e la sua fenomenologia. In Maps to the Stars sbarchiamo ad Hollywood. Luogo eccellente di superficialità mascherata da attitudine creativa, luogo del falso, della recita suprema.

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Qui accogliamo la satira su un mondo apparente di lustrini e sballo, spalanchiamo gli occhi sull’abisso del vuoto totale di etica e ideali che ci spaventa proprio perché ci coinvolge tutti come un gigantesco calderone infernale. I personaggi – una splendida e nevrotica Julianne Moore, un mefistofelico e impassibile John Cusack, una disturbante Mia Wasikowska – obliati dagli psicofarmaci e dalle pseudo-analisi, cercano disperatamente uno spessore che gli sfugge. Si danno un tono coi significati nascosti, scandagliano un rimosso che è anch’esso recitato, mostrando il nichilismo più totale. Dopo tanta isteria, dopo tanto vagare, s’approda al nulla.

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Il nulla è infestato di fantasmi, i morti che compaiono e li inseguono, più veri del vero. La satira lascia il posto alla visione inquietante di un’umanità perduta alla ricerca del Trauma, tra incesti veri e inventati che non hanno più un confine, tanti uccelli in gabbia che sbattono le ali e anelano alla morte come unica risoluzione, risata beffarda e liberatoria rispetto a un reale che sfugge ogni possibilità di senso.

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La violenza è sempre, qui, autodistruzione. Cronenberg ci lascia soli e impauriti dicendoci che solo la violenza è reale perché portatrice di quella pulsione di morte che – così come l’ha indagata Freud – ci mostra per differenza cos’è la vita, l’amore, la libertà.

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Cronenberg lo fa dire meglio al poeta Eluard, in una cantilena, che ci accompagna per tutto il film fino all’ultima struggente ninnananna.

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Con un groppo in gola, ripetete:

Su i quaderni di scolaro/ Su i miei banchi e gli alberi /Su la sabbia su la neve /Scrivo il tuo nome /Su ogni carne consentita /Su la fronte dei miei amici /Su ogni mano che si tende /Scrivo il tuo nome /Sul vigore ritornato/ Sul pericolo svanito/ Su l’immemore speranza/ Scrivo il tuo nome.
E in virtù d’una Parola /Ricomincio la mia vita/ Sono nato per conoscerti /Per chiamarti/ Libertà.