Celtica 2011, Courmayeur 30 giugno, 1-2-3 luglio 2011.

“Non ci sono estranei qui, solo amici che non abbiamo ancora incontrato” questa frase del pub irlandese Johnnie Fox, uno dei più antichi e alti nelle vicinanze di Dublino, accoglie i visitatori di Celtica 2011.

Celtica è la festa dell’arte, della musica e della cultura celta. Arrivata alla sua 15esima edizione, ha 4 luoghi di riferimento: Courmayeur – Vel Veny, Pré-Saint-Didier, Aosta e Bard.
Lo scopro anch’io per la prima volta quest’anno e soprattutto per caso.
Ci sono affissioni un po’ ovunque e il programma è ben nutrito: 4 giorni di musica e concerti durante il giorno e di sera, due palchi, danze, workshop e un mercatino artigianale davvero interessante.

Il sabato ci dirigiamo con la navetta gratuita, (ogni 20 minuti fino alle 5 del mattino), verso il bosco del Peuterey in Val Veny, una splendida valle alle pendici del Monte Bianco, dove si svolgono i concerti e gli eventi più importanti. L’atmosfera è magica: donne-fate vestite in bianco con una corona di fiori in testa, uomini dai capelli lunghi e i visi dipinti, una moltitudine di bambini e cani, ballerini e musicisti. Il luogo, la musica e le persone sono così fuori dal tempo che non mi stupirei di veder spuntare un orecchio appuntito di un elfo da qualche tronco d’albero.

Il pomeriggio va così, lento, con un sole dolce ma persistente sulla testa, mentre mi guardo attorno sdraiata su un prato: un panorama naturale e umano che mi riporta ad epoche e stati d’animo di un remoto passato.

Il mercatino artigianale è una vera sorpresa e l’energia intorno è frizzante: la bancarella dell’idromele, un liquore alle mele e miele, è letteralmente preso d’assalto, degno di nota anche quella del miele e prodotti artigianali, dei saponi, delle agende pirografate, delle borse incise a forma di gufo con pietre incastonate, delle calzature da elfo, dei gioielli, delle corone di fiori e persino delle armature.

Il ristorante offre prodotti locali, come pasta con ragù di cervo, spezzatino alla Guinness, fontina, ma è caro, così come il prezzo del biglietto d’entrata 25 € per due giorni.

La sera è dedicata ai concerti, specialmente a quelli del palco grande. La valle è punteggiata da falò che ciascuno può liberamente accendere dove preferisce, dopo aver raccolto la legna nel bosco o quella venduta a fianco del palco. Mi stupisce molto il fatto che il fuoco non sia percepito in questa occasione come elemento di pericolo.

Chiediamo ospitalità a una coppia che ci accoglie con piacere: è facile fare amicizia, nonostante la notte abbia coperto con il suo mistero ogni cosa e praticamente tutti – a parte noi che non eravamo per niente preparati – indossino mantelli pesanti con cappuccio.

Al nostro falò si avvicina uno degli organizzatori che bombardo di domande sulla cultura celta, e sul perché si faccia in questo luogo e su che cosa spinga oggi una persona a vivere questa esperienza e a indossare un mantello stile setta satanica. Devo ammettere che ho rivolto gli stessi quesiti a molte persone, ma lui è stato l’unico a rispondermi con cognizione di causa.
Vengo quindi a sapere che i celti erano gli antenati degli abitanti della Valle d’Aosta e del Piemonte ma che, a causa dell’invasione romana, questa cultura è andata via via perdendosi in queste specifiche regioni, mentre in Irlanda e Scozia si è mantenuta integra nel tempo.
I celti sono animisti e non vedono il tempo come lineare, ma circolare. Da qui il tatuaggio con le tre spirali che ho notato spiccare sulle braccia di molti dei visitatori. Le tre spirali indicano anima, mente e cuore. Il tre e il cerchio sono simboli cari a questa cultura. L’organizzatore mi fa notare come le danze, i disegni sul corpo e i gioielli non seguano mai un disegno squadrato, ma posseggano sempre un movimento, una forma circolare. I celti hanno un proprio calendario e proprie festività, la loro vita è scandita dal trascorrere delle stagioni e nell’accettare ciò che ciascuna di esse ha in serbo per loro. Mi chiede se ho mai provato a trascorrere due ore nel bosco e sentire cosa hanno da dire gli alberi, e in quel momento, proprio sul più bello, mi lascia a bocca asciutta per unirsi al canto “Green Lands” l’inno delle Nazioni Celtiche che hanno intonato dal palco principale.

Evento clou del programma musicale di Celtica l’esibizione dei “Red Hot Chilli Pipers”, che mescolano cornamuse e chitarre elettriche in un genere che definiscono appunto Bagrock. Violinisti corrono da una parte all’altra del palco così veloci da far invidia anche al chitarrista degli AC/DC.
Imperdibile la sfida/duetto tra il ragazzo che suona la cornamusa e il chitarrista metal sul palcoscenico, “Bagpipes with attitude, drums with a Scottich accent.”