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Vi è mai capitato di guidare di notte, da soli, in autostrada e in quell’attenzione allo stesso tempo slabrata eppur contratta, percorrere ogni circolo vizioso del pensiero? Nel tempo dedicato alla guida si compie un doppio viaggio: fisico – dal punto A al punto B – e mentale – toccando ogni lettera dell’alfabeto.

E’ queso tipo di viaggio, in notturna e in solitaria, quello che compie Ivan Locke (chissà che il cognome non sia un tributo al filosofo padre dell’empirismo, John), nella seconda opera dello sceneggiatore di Frears e Cronenberg Steven Knight. Protagonista è Tom Hardy, di solito nei panni del bellimbusto, impegnato in un dialogo telefonico più o meno ininterrotto con i personaggi della sua vita: la moglie, i figli, il capo, l’amico, l’amante.

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Nell’abitacolo scorre il tempo esatto del viaggio di Locke: 90 minuti di viaggio e 90 minuti di film, quasi a camera fissa, sui pensieri e le parole dell’autista. Certo che la vita può cambiare anche in 90 minuti. Certo che un viaggio può essere il tragitto che conduce ad un altro mondo, certo che una macchina può diventare tribunale, confessionale, casa. Perchè i luoghi prima di essere luoghi sono sempre stanze del pensiero.

Con l’espediente del bluetooth che rivela senza mai mostrare, ecco che entriamo nella mente di Locke, conosciamo il suo passato, e soprattutto ci installiamo in una falda stretta e decisiva del suo presente. Al telefono compaiono riflessi i fantasmi del mondo esteriore: lavoro, famiglia, responsabilità, amore che non smettono di infestare l’abitacolo nemmeno per un secondo, ricalcando quella vita che in effetti non aspetta, piuttosto ad ogni passo si biforca in viottoli di decisioni, tortuose viuzze di scelte.

Film Review Locke

Non per un secondo si dice a Ivan Locke “Fà la cosa giusta”. Un uomo è solo un uomo, un uomo è solo. Eppure Locke imbocca il percorso più tortuoso sebbene lo vediamo viaggiare su una strada sempre retta. Andrà incontro al suo destino senza invertire la marcia, affrontando ogni imprevisto, sulla sua bella BMW, fino a destinazione.

Lui, per anni costruttore del più solido cemento, dei più stoici palazzi, getta oggi la sua colata personale. Perchè reggano le fondamenta c’è bisogno di puntualità, percentuali prese al millimetro, senza mai inquinare i materiali. Nessuno può dire sebbene tutto appaia sgretolarsi attorno a lui, se il palazzo reggerà o crollerà.

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C’è solo la strada, un punto al quale arrivare, la mente ingranata col corpo a 150 km orari, il telefono che squilla ancora una volta e continuare a guidare.