Vincitore del Man Booker Prize, Lo Schiavista di Paul Beatty è una incredibile satira americana su un tema serissimo: la questione razziale. Esce in Italia grazie a Fazi Editore con un tempismo esatto: le elezioni americane alle porte, la fine del mandato del primo presidente di colore degli Stati Uniti d’America, Barack Obama, lo scontro culturale tra chi, come il candidato repubblicano Donald Trump, promette di alzare muri per difendersi dalla diversità, e chi in quella stessa diversità legge una promessa di futuro, the wind of change.

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È importante leggere un romanzo come questo, proprio oggi, proprio adesso. Fondato sul paradosso (il protagonista è un afroamericano che vuole reintrodurre la segregazione razziale per migliorare le condizioni del Paese), Lo Schiavista raccoglie tutte le contraddizioni americane e ne fa una arguta barzelletta in cui si ride a denti stretti. Sì, perché Beatty rovescia il paradigma e, per una volta, fa dei bianchi l’oggetto della discriminazione. Una scuola solo per neri e uno schiavo (quasi) al guinzaglio.

Ci si accorge piano piano dell’assurdo che subentra al posto del reale. Un padre ucciso dalla polizia, e se fosse nostro padre? Una figlia che non viene ammessa a scuola, e se fosse nostra figlia? Ridere non basta a cancellare il momento di disagio che compare nell’accorgersi che le nostre sicurezze e i nostri diritti non sono altro che un grosso colpo di fortuna. Una fortuna che non è estesa a tutta l’umanità e per la quale ci indigniamo troppo poco, solo perché siamo nati nella parte illuminata della Terra.

Lo schiavista che è dentro di noi attende e ride, vota, costruisce muri, affonda barconi, si candida alle presidenziali.