La radio e la musica che passa in secondo piano, come sottofondo ai pensieri. Poi ogni tanto capita di sentire una canzone che fa staccare il cervello e ci si lascia trasportare dal momento, in altri luoghi, in qualche posto dove fuori non fa ancora freddo. Questo è quello che ci è capitato con LNDFK: fuori l’inverno che arriva e nella sua musica il Sahara.

LNDFK è nata a Sousse, in Tunisia. Figlia di due diverse culture, madre italiana e padre arabo, è cresciuta a Napoli con la madre e ora vive a Parigi, immersa nella sua arte e nella musica. Lust Blue è il suo debut ep, un respiro dopo l’apnea forzata dei tempi che corrono. La musica di LNDFK ci ha incuriosito e con qualche domanda abbiamo cercato di conoscerla meglio e andare più a fondo.

Ciao Linda, le quattro tracce di Lust Blue ci hanno colpito per la loro moderna sensualità, frammentazioni jazz e il calore neo-soul si incontrano con l’elettronica e tinte hip hop. Qual è il background musicale che ti ha portato a queste composizioni?
Ascolto molta musica jazz, sia quello tradizionale, ad esempio Sarah Vaughan, Chet Baker, Bill Evans e molti altri, che la scena più contemporanea che vede artisti come Bred Mehldau, Gretchen Parlato e Gerald Clayton. In generale preferisco la musica strumentale. Nell’hip hop mi hanno sicuramente influenzato J Dilla, Georgia Anne Muldrow, D’Angelo e Kendrick Lamar. Della scena più vicina alla mia musica invece mi hanno molto influenzato artisti come Flying Lotus, Anna Wise, MNDSGN, Taylor McFerrin e della scena australiana gli Hiatus Kaiyote e Jordan Rakei.

Le canzoni di Lust Blue vengono presentate come degli haiku giapponesi, quali immagini e sensazioni si celano dietro a ogni pezzo? Ad esempio, Catch Your Breath o Think Beautiful, sembrano quasi un invito all’ascoltatore a lasciarsi andare e a cogliere la bellezza delle piccole cose… c’è qualche immagine in particolare che ti ha ispirato nella scrittura di questi brani?
Esatto, l’obiettivo è proprio quello di fornire un’immagine e una sensazione all’ascoltatore, talvolta rassicuranti, altre volte più scomode. In Think Beautiful mi ha ispirato l’immagine del fiore Crocus, date le molteplici similitudini tra la mia storia e quella del fiore. Si tratta di un fiore molto resistente che sboccia anche nelle condizioni più ostili, a contatto con il ghiaccio, facendo la sua comparsa anche attraverso la neve. In Catch Your Breath la sensazione è più acida ed è quella del “riprendere fiato”, che rimanda direttamente all’immagine di risalire a galla e a quella dell’orgasmo.

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L’ep è uscito per Feelin’ Music, un’etichetta svizzera. Com’è avvenuto questo incontro?
Il mio producer, Daryobass, era già in contatto con Feelin’ Music e non appena abbiamo realizzato una promo del lavoro lo abbiamo subito condiviso con varie etichette. Quella di Chief è stata la più interessata e propositiva.

Attualmente vivi a Parigi, ma sei nata in Tunisia e cresciuta a Napoli, figlia di madre italiana e padre arabo. Porti con te differenti culture e radici, c’è un posto in cui ti senti più a casa? Perché hai scelto proprio Parigi come luogo in cui vivere?
Non mi sento ancora a casa da nessuna parte, forse ancora devo trovare un posto che possa darmi una certa stabilità a dirla tutta. Parigi è stata una scelta dettata dalla volontà di intraprendere un’esperienza in un luogo in cui la musica fosse presente e all’ordine del giorno, sostenuta socialmente e che fosse presente nella cultura come non avviene ancora così tanto in Italia. Credo sia fondamentale mettersi in gioco e confrontarsi con più realtà per poter crescere.

In che modo questa multiculturalità influenza la tua musica?
Oggi viviamo in una cultura “superglobalizzata” in cui l’influenza dei luoghi d’origine è talvolta manchevole. Dal punto di vista musicale subiamo l’influenza della cultura americana e il fatto che io faccia questa musica probabilmente è derivato più da questo che dalle mie origini, che invece hanno influenzato la mia cultura soggettiva.

Ho trovato curiosa anche la scelta dell’artwork di copertina di Lust Blue: il tuo viso, in bianco e nero, è in parte nascosto da riquadri blu. Ci racconti il perché di questa scelta?
Inizialmente l’idea era quella di realizzare qualcosa che si avvicinasse all’immaginario dell’espressionismo astratto, in cui il colore ha la massima carica espressiva. Da qui l’idea di lavorare con un “blue” in cui ci si potesse perdere. Il motivo della scelta della mia figura invece, nascosta dietro a questo blue, è derivata dalla mia volontà di comunicare maggiormente attraverso la mia musica e di valorizzare l’arte in sé più che la mia immagine femminile. È una scelta un po’ in controtendenza rispetto alla figura della “donna-social-contemporanea” nella quale ho difficoltà a riconoscermi.