Illustrazione by Sara Zanella - www.trattonero.com

Illustrazione by Sara Zanella – www.trattonero.com

Il teatro permette di portarsi a casa pezzetti di sè ogni qualvolta che ci si siede in una platea, attendendo il buio in sala e sentendo il respiro che si fa fitto. Nello spettacolo protagonista di questa puntata la percezione delle proprie emozioni è amplificata, proprio perché l’ingegno di questo lavoro è quello di rompere la cosiddetta “quarta parete” (quella in cui di solito sta lo spettatore immobile) e far si che quel lato, spesso inerte, diventi attivo e protagonista.

Così, in perfetto stile nostalgico che volge lo sguardo al passato, scovo dal mio scatolone di spettacoli visti e amati qualcosa di unico nel suo genere che vale la pena vedere e vivere sulla propria pelle. Questo mese riporto a galla lo spettacolo H.G.

www.trickster-p.ch

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Il lavoro, e la compagnia, non rientra in una “categoria”, ma si differenzia sostanzialmente dal panorama contemporaneo, classico, di genere o da qualsiasi altra etichetta vogliate dare, se la volete dare.

Trickester – P è un “progetto” – cosi amano definirsi Cristina Galbiati e Iliaja Luginbuhl – che nasce in quella “zona franca”, che è il territorio ticinese, non più Italia ma nemmeno Svizzera, luogo di confine e di contaminazione tra diversi linguaggi. Ho conosciuto il loro lavoro all’interno del festival INCONTRI TEATRALI, a Lugano, e mi ci sono proprio persa dentro, da buona “sperimentatrice-spettatrice” sono caduta nel loro sacco senza sapere dove sarei finita. La filosofia della compagnia Trickster – P, inizialmente focalizzata sulla centralità e la fisicità del performer, nel corso degli anni si è allontanata dal concetto di teatro in senso stretto per indagare altri segni espressivi trasversali e artistici.

Cosi facendo la ricerca si è spostata dal performer allo spettatore che è diventato uno dei principali nuclei d’interesse dei loro progetti (ed è proprio questa caratteristica che fa dei loro lavori dei piccoli “gioielli personali”). La poetica di Cristina Galbiati e Iliaja Luginbühl è indirizzata a un’estetica fortemente essenziale che si allontana dal livello narrativo per immergersi nel livello immaginifico ed evocativo. Raccontare o descrivere i loro lavori diventa un’azione automaticamente “personale” perché le sensazione suscitate sono impossibili da generalizzare proprio a causa della fruizione al singolare, che fa della visione dello spettacolo qualcosa di introspettivo e fortemente personale.

E proprio in questo mese d’inizio anno ho deciso di parlare di una fiaba e dei suoi effetti “curativi”, quasi come un rituale – in Russia, per esempio, la fiaba è spesso interpretata come il “mondo alla rovescia” o capovolto, quello che è proibito nella realtà diventa possibile nella narrazione – con H.G. un percorso a nove stanze un prologo e un epilogo.

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H.G. sta per Hansel e Gratel. Si, esatto, la fiaba, quella per i bambini. Quella fiaba in cui due fratelli si addentravano nel bosco per cercare qualcosa da mangiare e diventarono le vittime della strega malvagia che voleva fare di loro il proprio pasto. I Fratelli Grimm sono da sempre conosciuti per le loro storie spesso d’ambientazione oscura e tenebrosa, fatta di fitte foreste popolate da strege, goblin, troll in cui accadono terribili fatti di sangue, così come voleva la tradizione popolare tipica tedesca. Hansel e Gratel  è fiaba per bambini ma può anche essere una storia animalesca, crudele e spietata.

“[…]Ma la vecchia era una strega cattiva che attendeva con impazienza l’arrivo dei bambini e, per attirarli, aveva costruito la casetta di pane. Quando un bambino cadeva nelle sue mani, lo uccideva, lo cucinava e lo mangiava; e per lei quello era un giorno di festa. Era proprio felice che Hänsel e Gretel fossero capitati lì.[…]”

e ancora

“[…]Vai a prendere dell’acqua, svelta; grasso o magro che sia, domani ammazzerò il tuo fratellino e lo cucinerò; nel frattempo mi metterò a impastare il pane da cuocere nel forno.[…]”

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Ora immagina un’installazione di nove stanze.

All’entrata indossi delle cuffie (con voce narrante che ti guida) e togli le scarpe – il calzetto umido ti inchioda al pavimento in una sensazione di disagio, spesso la scarpa “protegge”, togliersi la corazza ti rende in qualche modo vulnerabile – ti dotano di una piccola torcia e si raccomandano di utilizzarla.

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Poi, ti lasciano solo.

Assaporato lo spaesamento iniziale, il dubbio e l’ansia ti accompagnano perché non sai bene cosa ti aspetta.

Segui le istruzioni.

E poi capisci.

Il protagonista sei tu, sei tu l’attore, il regista e lo spettatore, sei tu Hansel e Gratel in un percorso che devi affrontare, da solo, immerso in una luce fioca, a volte nel buio (la torcia serve proprio a quello) interagendo con lo spazio che ti ospita, alle volte ostile e inquieto.

Qualcosa troverai alla fine del percorso in segno di un ricordo e del vissuto appena trascorso.

L’installazione, creata con raffinatezza e particolari assoluti, trascina lo spettatore all’interno della fiaba gradualmente. Quello che il fruitore si trova davanti è una messa inscena che scuote su più livelli: lo spazio, il suono, la voce, la scenografia. Visitando le nove stanze, l’ansia cresce volta per volta, non c’è più divisione tra ciò che è reale e ciò che non lo è, le emozioni sono reali, si affrontano le paure, si diventa in qualche modo testimoni, si partecipa con il cuore che sussulta e passo dopo passo si raggiunge la consapevolezza che è una storia fatta di ossa e di carne, di cibo e di fame, è la storia di due bambini spaventati e affamati e di un bosco che li inghiotte. È una storia che sa di pulito e d’ingenuità ma è anche una storia che odora di una ferocia estrema.

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In quei 20 minuti H.G. diventa la storia dello spettatore, sono le sue emozioni le protagoniste, è il suo personale percorso. Lo spettacolo cambia punto di vista, lo spettatore cambia (e non ha scelta) punto di vista. Non guarda solamente, ma partecipa, è parte integrante, è solo lui, e questa dimensione da un valore aggiunto al lavoro perché diventa una cosa personale, intima, che non condividi con nessuno.

Al di là del testo, al di là del performer, con questo lavoro Trickester -P ci dimostra che quello che prendiamo da uno spettacolo, è spesso quello che proiettiamo di noi. Le nostre emozioni, le nostre ansie, i nostri momenti positivi o negativi che siano.

H.G. si presta come una situazione ottimale per indagare queste situazioni proprio come il progetto racconta:

“Il momento delle fiabe è profondamente intimo, è qualcosa che travalica il dato anagrafico per innestarsi su un territorio assolutamente personale. Occuparsi di una fiaba spinti dal desiderio di lavorare su una materia che appartenga all’immaginario collettivo e consenta perciò di disinteressarsi degli accadimenti per immergersi in quell’universo d’immagini, evocazioni, sensazioni che la fiaba porta con sé.”

Nonostante siano passati diversi anni lo spettacolo continua a girare, ogni tanto si ha la fortuna di incontrarlo in qualche città italiana, anche se la compagnia è principalmente impegnata in Svizzera. Ragion per cui, se vi capita di entrare nella “zona franca” di questo paese controllate se riuscite ad imbattervi in questa esperienza, davvero unica,  che vi assicuro vi porterete nell’animo per sempre.