Quando eravamo piccoli e andavamo ancora a scuola, Natale era un periodo molto bello, per i regali, il papà ci faceva scrivere la letterina e il papà stesso ci recapitava i doni (spero di non aver rovinato la sorpresa a nessuno), potevamo fare indigestione di pandoro e torrone e le mamme ce lo permettevano sorbendosi poi i nostri mal di pancia notturni (e pile di piatti da lavare). Allo stesso tempo però, c’era anche una buona dose di dispiacere, perchè le maestre e poi le professoresse ci riempivano dei cosiddetti “libri per le vacanze”. Di solito erano tomi di Moravia o “del” Verga con insopportabili frutti di mare, i celeberrimi lupini. Adesso che siamo grandi, vorremmo tantissimo avere più tempo per leggere e meno male che è Natale e ci sono le vacanze. Adesso che siamo grandi al papà gli chiediamo un bel libro, e i lupini ce li mangiamo (no, non è vero). Insomma, ci mettiamo dalla parte delle maestre, che magari sarebbe piaciuto anche a loro consigliare libri belli come quelli delle nostre ragazze qui sotto, ma dovevano seguire il programma. Più libri per le vacanze per tutti.

Camera d’albergo, Colette – Passigli, 2003: Poteva continuare, la buona Antoinette. Era meglio che ignorasse che una conflagrazione di coincidenze costituisce una sorta d’impegno, che esiste anche un trantran dell’imprevisto. Una congiuntura ci sembra unica perché non siamo tanto perspicaci da scoprire che essa, vestita a nuovo, si accompagna a un vecchio caso identico…
“Antoinette, i casi vanno a coppie, talvolta addirittura a dozzine, e bastano con la loro monotonia a far disperare tutta un’esistenza”.
“Per chi lo state dicendo? Per voi o per me?”
“Né per voi né per me. Spero che siamo persone abbastanza adulte da poter essere felici o infelici in modo vario, brioso e imprevisto”.
“Sì…” [Alessia M.]

Di tutte le ricchezze, Stefano Benni – Feltrinelli, 2012: “Andai a sedermi sulla mia poltrona sfondata. Nessun animale amico uscì dal bosco. Vidi però, appoggiato al muro, vicino alla luce, una falena. Le ali erano un arabesco di bruno e grigio, un ricamo fantastico. Era ferma, come nella bacheca di un entomologo, o come in un quadro. – Hai niente da dirmi? – chiesi.
– Si, sei bellissima. Non avvicinarti troppo alla luce.
– Tanta bellezza per un attimo solo, per un sola notte – rispose.
– Perché?
– Lo sai bene. Ti brucerai. So che vivi di notte. Domani lascerò la luce spenta.
– Io non posso dire  ”domani” – rispose lei.”
[Alessia R.]

Un giorno questo dolore ti sarà utilePeter Cameron – Adelphi, 2012: “A me sembrava perfettamente normale pensare alla donna con il pappagallo e non al perchè ci avevo pensato, visto che il perchè lo sapevo già, e volevo dirle che se inseguiva quel genere di spiegazioni era perchè le sfuggivano altre cose. Pensavo: mi basta averlo pensato, non ho bisogno di dirlo. Non ho bisogno di condividere questo pensiero con qualcuno. Quasi tutti pensano che le cose non siano vere finchè non sono state dette, che sia la comunicazione, non il pensiero a dargli legittimità. E’ per questo che la gente vuole sempre che gli si dica: “Ti amo, ti voglio bene”. Per me è il contrario: i pensieri sono più veri quando vengono pensati, esprimerli li distorce o li diluisce, la cosa migliore è che restino nell’hangar buio della mente, nel suo clima controllato, perchè l’aria e la luce possono alterarli come una pellicola esposta accidentalmente”. [Benedetta]

L’uomo che scambiò la moglie per un cappello, Oliver Sacks – Adelphi 2001: “Il sig. Thompson creava di continuo un mondo e un sé in sostituzione di ciò che andava di continuo dimenticato e perduto. Una frenesia del genere può mettere in evidenza capacità inventive e fantastiche eccezionali, un vero e proprio genio dell’invenzione, poiché un tale paziente deve letteralmente inventare se stesso (e il proprio mondo) ad ogni istante. Ognuno di noi ha una storia del proprio vissuto, un racconto interiore, la cui continuità, il cui senso è la nostra vita. Si potrebbe dire che ognuno di noi costruisce e vive un “racconto”, e che questo racconto è noi stessi, la nostra identità.
Se vogliamo sapere qualcosa di un uomo, chiediamo: “Qual è la sua storia, la sua storia vera, intima?”, poiché ciascuno di noi è una biografia, una storia. Ognuno di noi è un racconto peculiare, costruito di continuo, inconsciamente da noi, in noi e attraverso di noi – attraverso le nostre percezioni, i nostri sentimenti, i nostri pensieri, le nostre azioni; e, non ultimo, il nostro discorso, i nostri racconti orali.
Da un punto di vista biologico, fisiologico, noi non differiamo molto l’uno dall’altro; storicamente, come racconti, ognuno di noi è unico.
Per essere noi stessi, dobbiamo avere noi stessi – possedere, se necessario ri-possedere, la storia del nostro vissuto. Dobbiamo “ripetere” noi stessi, nel senso etimologico del termine, rievocare il dramma interiore, il racconto di noi stessi. L’uomo ha bisogno di questo racconto, di un racconto interiore continuo, per conservare la sua identità, il suo sé.” [Camilla A.]

Bestiole e Bestiacce (Sedici storie cattive), David Sedaris – Mondadori, 2011: “Quella notte, la tamia rimase sveglia nel letto, immaginandosi la grana che sarebbe scoppiata l’indomani mattina. E se in gergo scoiattolesco “jazz” voleva dire qualcosa di terribile, tipo “rapporto anale”? “Oh, anche a me piace!” gli aveva risposto, e con che entusiasmo! O magari era solo qualcosa di mediamente terribile, come “comunismo” o “cartomanzia”, cose di cui la gente parlava ma non praticava quasi mai”. [Federica Aradelli]

Fai bei sogni, Massimo Gramellini – Longanesi, 2012: “Breve riposo dona alla mamma, Signore. Svegliala, falle un caffè e rimanda la subito qui. È mia mamma, capito? O riporti giù lei o fai venire su me. Scegli tu. Ma in fretta. Facciamo che adesso chiudo gli occhi e quando li riapro hai deciso? Così sia.” [Fabiana]

Qualcuno con cui correre, David Grossman – Mondadori, 2001: “Tamar si toccò la fronte, poi si passò un dito sulla guancia sinistra. Sbattè le palpebre un paio di volte e si toccò quella destra. Infine, come per caso, alzò un dito, si toccò il lobo dell’orecchio destro e sfiorò il mento due volte. Fece altri cinque o sei gesti come quelli, con pacatezza, adagio, anche se il cuore le batteva all’impazzata. Shay non le toglieva gli occhi di dosso. Muoveva le labbra come se leggesse ad alta voce. Ed era proprio quello che stava facendo. Era il primo miracolo in cui Tamar aveva confidato: che lui ricordasse. Che nonostante il tempo passato, tutto quello che gli era successo e la droga, ricordasse il loro codice segreto, il loro alfabeto muto. “Sono venuta a portarti via” dissero le dita. […] Di colpo le mani di Shay presero a tremare violentemente e Tamar ebbe paura che tutti notassero cosa stava succedendo. “Non puoi da sola” gesticolò”. [Giada]

Sofia si veste sempre di nero, Paolo Cognetti –  Minimum fax, 2012: ”Di notte Leo ti porta a esplorare la periferia. Traccia percorsi tra orti abusivi, depositi di tram, scali ferroviari, cascine e fabbriche abbandonate. Da quando ha scoperto che sei cresciuta in un villaggio residenziale, si è autoproclamato la tua Guida alla Città del Novecento. Il centro non gli interessa, palazzi e chiese per lui sono solo mucchi di sassi senza vita. La città vera si nasconde fuori, oltre il confine della circonvallazione. Girare tra la Bovisa e Niguarda di notte, in motorino, le mani nelle sue tasche e la guancia appoggiata alla sua schiena, l’aria di gennaio che ti fischia nelle orecchie, è uno dei piaceri più puri che tu abbia mai provato. Visitare i monumenti locali come in un pellegrinaggio. Le lapidi dei partigiani, la scarpata in cui Visconti girò Rocco e i suoi fratelli, la trattoria in cui si dice che una volta cenò Buffalo Bill, l’albero di albicocche cresciuto in mezzo a un marciapiede e innaffiato, accudito e difeso da tutti i propositi di abbattimento.” [Giulia C]

Il sentimento d’impostura, Belinda Cannone – Edizioni di Passaggio, 2011: “Hai cominciato a dirti che forse il sentimento d’impostura non corrisponde a niente di reale, non poggia alcun elemento oggettivo e che si tratta piuttosto di una rappresentazione: quella che voi, fratelli in impostura vi fate della forma propria alla “casella” in cui siete entrati. Una casella disegnata prima da un percorso di formazione e poi dalle esigenze inerenti alla natura del buon carrierista. Ma quelle esigenze erano davvero chiare? Chi dunque potrebbe mai riuscire conforme a una casella?”
[Giulia M]

Il gioco dell’angelo, Carlos Ruiz Zafón – Mondadori, 2008: Isabella abbassò lo sguardo e respirò a fondo. “Io non so se ho talento. So solo che mi piace scrivere. O meglio, che ho bisogno di scrivere.” […]
“Credo che tu abbia talento ed entusiasmo, Isabella. Più di quanto credi e meno di quello che ti aspetti. Ma ci sono tante persone che hanno talento ed entusiasmo, e molte di loro non arrivano mai a nulla. Questo è solo l’inizio per combinare qualcosa nella vita. Il talento naturale è come la forza di un atleta. Si può nascere con maggiori o minori capacità, però nessuno diventa un atleta perché è nato alto o forte o veloce. A fare l’atleta, o l’artista, è il lavoro, il mestiere e la tecnica. L’intelligenza con cui nasci è solo una dotazione di munizioni. Per riuscire a farci qualcosa è necessario trasformare la tua mente in un’arma di precisione.”
“E questo paragone bellico?”
“Ogni opera d’arte è aggressiva, Isabella. E ogni vita d’artista è una piccola o grande guerra, a cominciare da quella con se stessi e con i propri limiti. Per raggiunger qualunque obiettivo, c’è bisogno prima di tutto dell’ambizione e poi del talento, della conoscenza e , infine, dell’opportunità.” [Giulia R.]

L’opera struggente di un formidabile genio, Dave Eggers – Mondadori, 2000: ”E noi saremo pronti, alla fine di ogni giorno saremo pronti, non diremo di no a niente, cercheremo di stare svegli mentre tutti dormono, non dormiremo; staremo svegli a fabbricare scarpe insieme agli elfi, e respireremo a fondo, respireremo tutta l’aria piena di vetro e unghie e sangue, la respireremo e la berremo, così densa, e quando sarà il momento non avremo rabbia, saremo sereni, stanchi abbastanza per lasciarci andare, con gratitudine; stringeremo le mani a tutti quanti, addio, addio, e poi faremo lo zaino, una merenda, ed entreremo nel vulcano…” [Giulia Z.]

Io, Charlotte. Tra le Courbusier, Léger e Jeanneret , Charlotte Perriand – Laterza 2006: “Fino all’età di tre anni, ho vissuto anch’io questa vita piena di libertà, di luce, di odori e di afffetto. Ne ho ereditato la capacità di sentire il ritmo delle stagioni e di vivere con la testa tra le stelle, oltre al rispetto per tutti i contadini del mondo, gli individui più ancorati alla terra” [Martina]

Un polpo alla gola, Zerocalcare – Baopublishing 2012:
“Sono morto. Peggio che morto. Dimentica quel putto sbarazzino e carismatico che hai imparato a conoscere, Sarah. Oggi faccio il mio ingresso nel mondo dei paria e dei reietti.”
“Non sei carismatico, Zero. Neanche la maestra si ricorda il tuo nome. Ti chiama Coso. A maggio.”
“Coso è affettuoso. A Montini lo chiama Fango.”
“Comunque secondo me stai esagerando”
“Sigh. La tua ingenuità è irritante. Lascia che ti spieghi”
“Spiega”
“L’appartenenza a una comunità si basa sulla condivisione di alcune esperienze fondative e non solo. Il battesimo, la comunione ogni domenica. I riti. Se non partecipi, sei fuori”.

-Ho provato lungamente a spiegarlo a mia madre con calma e raziocinio. Ma ella è uno spirito semplice, non gliene voglio se non ci arriva…-

“Ti preeego non usciamo ora che fanno i Cavalieri dello Zodiaco. Se non vedo questa puntata la mia vita resterà monca ed incompleta! Lo guardano tuttiiii”
“E se non ti compro le scarpe nuove i servizi sociali ti portano in una casa famiglia. Mettiti la giacca che fuori fa freddo”. [Miriam]

Watching the English: the hidden rules of English behavior, Kate Fox – Hodder & Stoughton, 2004: ”The most truly eccentric dresser in this country is the Queen, who pays no attention whatsoever to fashion, mainstream or otherwise, continuing to wear the same highly idiosyncratic style of clothing (a kind of modified 1950s-retro look, if you had to define it in fashiospeak, but very much her own personal taste) with no regard for anyone else’s opinion. Because she is the Queen, people call her style “classic” and “timeless” rather than eccentric or weird, politely overlooking the fact that absolutely no-one else dresses in this peculiar way. Never mind the herds of street-sheep and their haute-couture imitators: the Queen is the best example of English sartorial eccentricity.” [Paola]

Sogni d’inverno, Francis Scott Fitzgerald – 1925: “L’amava e avrebbe continuato a farlo fino al giorno in cui sarebbe stato troppo vecchio per amare…ma non poteva averla. Assaporò cosi quel dolore intenso che è riservato soltanto ai forti, cosi come per un breve momento aveva assaporato un’intensa felicità” [Rita]

La misteriosa morte della compagna Guan, Qiu Xiaolong – Marsilio, 2011: “Il quindici del quarto mese lunare cinese si festeggia la Festa degli Spruzzi d’Acqua, che aveva la funzione di lavare via lo sporco, la morte e i demoni dell’anno precedente(…) L’inferno o il paradiso sono nella mente di ciascuno non nelle cose materiali che abbiamo al mondo.” [Silvia P.]

Un segno invisibile e mio, Bender Aimee – Minimum Fax, 2002: “Sono innamorata dello smettere. A suo modo è un’arte, se ci pensate. Smettere bene richiede un innato senso della bellezza: bisogna saper sentire il momento della svolta, proprio quando il desiderio fa la sua comparsa, quello è il momento di darci un taglio, giù deciso, l’istante in cui lo smettere è maturo come una pesca che si fa dolce sull’albero: crack, si spacca il picciolo, la pesca cade per terra, nera di argento e mosche.” [Tamara]

La modella, Lars Saabye Christensen – Guanda, 2008 : “Lui non si accontentava di starsene seduto davanti alle opere dei maestri degli Uffizi, al Prado, al Louvre, al Guggenheim: no, lui preferiva camminare per le strade sconosciute, poteva farlo per ore, dal mattino presto prima che le città si svegliassero, prima che le città diventassero se stesse, prima che le città si vestissero, fino a notte inoltrata, quando le città, come lui, erano ebbre di luci, di suoni, di odori, lui era ebbro di tutto il nuovo e non si stancava mai, perchè a ogni angolo vedeva qualcosa di nuovo, un filo per stendere la biancheria tirato tra le finestre sopra di lui, un cimitero, un bar, un ciliegio in fiore, un mendicante su un ponte, e certe volte sperava di perdersi, di smarrirsi…” [Valentina S]

La Porta, Magda Szabó – Einaudi, 2007 “… Emerenc voleva abbandonare questo mondo dopo che le avevamo distrutto l’intelaiatura che reggeva la sua esistenza e la leggenda aleggiante intorno al suo nome. Era d’esempio a tutti, era un modello: dalle tasche del suo grembiule inamidato saltavano fuori caramelline di zucchero avvolte nella carta frusciante e fazzoletti di tela che stormivano come colombi, era la regina della neve, la sicurezza, la prima ciliegia dell’estate, il tonfo delle castagne che cadevano dai rami d’autunno, la zucca alla brace d’inverno, la prima gemma nella siepe d’estate; Emerenc era pura, invulnerabile, lei era ciò che tutti noi, i migliori di noi, avremmo voluto essere. ..” [Vincenza]


Intro: Marta Benvenuto
CoverZelda was a writer

Foto interne al post: “George Eastman House”