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Cosa ci fanno un irlandese ed un’inglese in Zimbawe, in una fattoria di serpenti? Non è l’incipit un indovinello bensì il background con cui è cresciuto Liam Fahy, uno dei designers to watch di questi anni.

E’ assolutamente impossibile pensare che l’Africa non l’abbia influenzato nel suo percorso di formazione personale, da studente d’arte e psicologia in Zimbawe a studente di design della calzatura in Inghilterra, passando attraverso un’infanzia tra arte tribale ed un anno sabbatico presso una tribù lungo il fiume Zambesi. Tutti questi attimi vissuti tra natura ed arte indipendente rimangono legati a Liam creando in lui un necessario ed indissolubile legame che determina molto del suo stile attuale, che trae ispirazione principalmente da colori e pattern africani – dal periodo coloniale così come dalla tradizione tribale – e dalla sua massima passione: il cinema.

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I premi ricevuti in pochissimi anni si sprecano ma uno su tutti, il Fashion Fringe Accessory Award ha dato la possibilità nel 2008, ad un 24enne Liam Fahy di avvicinarsi a personalità come Manolo Blahnik e Rupert Sanderson. Proprio quest’ultimo lo ha fatto crescere nel suo ufficio stile ed ancor più presso l’azienda che tuttora produce le collezioni marchiate Sanderson. Liam non ha aspettato molto prima di lasciare il nido e lanciarsi nella missione più competitiva della sua vita lanciando la propria collezione nel 2010 e scegliendo (dopo non poche ricerche, si dice abbia visitato circa 50 fabbriche) un’azienda veneta per produrre la sua linea omonima. Una linea dal design concettuale e le linee pulite, scarpe classiche nelle forme per usarle come basi dalle quali partire per creare il guardaroba ideale.

Non sono scarpe per tutti, anzi il contrario: sono scarpe per pochissime che possono permettersi di custodire nella scarpiera oggetti spesso realizzati con ricchi pellami esotici che fanno schizzare il prezzo di un paio di décolleté fino a 1000 euro. E’ un lusso per una nicchia di consumatrici che lo stesso designer ha individuato nella sua scelta di allontanarsi da tutto ciò che costituisce il mass market, per poter garantire al contrario un prodotto seguito meticolosamente in tutte le fasi della lavorazione da mani artigiane che non hanno fretta di inscatolare il paio finito.

“It’s like the difference between printing out address labels on the computer and handwriting them,” he said. “I want my shoes to be perfect, with not a single stitch out of place.”

(“E’ come la differenza tra stampare l’indirizzo sulla busta e scriverlo a mano” – ha detto – “Io voglio che le mie scarpe siano perfette, senza nemmeno una singola cucitura fuori posto”)

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