Illustrazione di ELENA XAUSA

Illustrazione di ELENA XAUSA

Il tarlo del dubbio è salito, con biglietto di prima classe, sulle rotaie delle mie sinapsi neuronali un giovedì sera di qualche anno fa. Completamente immersa in un esame di semiotica, la gloriosa scienza che scava negli intricati meandri della significazione, decido di farmi forza con un bicchierino di succo d’uva. Il frigorifero, curioso nell’assortimento come solo quelli degli appartamenti di studenti sanno essere, mi offre un Pignoletto, un vino bianco dell’Emilia Romagna. Lo verso e, prima di sorseggiarlo, mi ritrovo ad osservarlo ondeggiare nel bicchiere. Qualcosa non torna. Mi vien voglia di chiamare subito Umberto Eco e chiedere un consulto. I colori sono tendenzialmente segni con un significato univoco. Lasciamo da parte le sfumature, qualcosa di nero è nero per tutti, così come il rosso, il marrone e ovviamente il bianco. Santi numi, allora perché questo brillantissimo liquido giallo con riflessi verdognoli viene definito dal’umanità BIANCO??? Vedo forse similitudine con un candido latte o una croccante neve? Panico. Quale motivazione recondita poggia alla base di questa incongruenza galattica? Passo rapidamente in rassegna altri vini bianchi a me noti. Penso al Arneis, al Vermentino, al Sauvignon, alla Falanghina. La ricognizione non aiuta, il solare giallo risulta protagonista. Tento l’aiuto da casa ma vengo sciacquata rapidamente da Penso, il mio amato padre bevitore, che minimizza i miei vaneggi e ribadisce, per chiudere la faccenda, la superiorità del rosso.
Non mi arrendo e inizio con le congetture (all’epoca l’oracolo web non era ancora così diffuso da palleggiarmi mille risposte) guidata dalla certezza che ci sia sempre una valida spiegazione. Prima di svelare l’arcano mi crogiolo per un po’ nella conclusione che il “bianco” sia una parola molto più raffinata, elegante e posizionante del “giallo”. Eh si, dai, è una questione di suono e di moda… Vuoi mettere: “Potrei avere la carta dei vini gialli?”, “Avete sia gialli che rossi?”, “Prendiamo un Negroni, un Americano e un Giallo”. Molto bas de gamme.
La questione si chiude traballante per essere riaperta con interlocutori di livello che mi spiegano (dopo aver denigrato con sollazzo la mia maldestra teoria) come la classificazione Vino Bianco sia stata creata circa 45 anni fa sulla base del primo livello di tonalità dei vini fermi non rossi ne rosè. BIANCO CARTA, infatti, designa un vino limpidissimo, praticamente incolore, senza alcun difetto. La neutralità e la “non caratteristica” deve aver fatto pensare ad un neutro foglio di carta, bianco per l’appunto. Per convenzione questa definizione cromatica è stata eletta ad ambasciatore di categoria (sul perché le spiegazioni sono state vaghe ed io continuo a credere che ci sia della valutazione d’estetica linguistica). Fortunatamente per i bevitori i vini di questa tonalità, poveri in profumi ed odori, hanno perso appeal e non hanno preso piede.

Untitled foto di KATERINA PLOTNIKOVA

Untitled foto di KATERINA PLOTNIKOVA

All’ inno di Bianco ci aspettiamo, infatti, nettare in tutte le tonalità del giallo, dal paglierino al giunchiglia passando per il canarino. I riflessi possono essere verdognoli, generalmente se l’uva è verde, piuttosto che aranciati se c’è stato invecchiamento o passaggio in legno. I profumi sono ricchissimi, freschi, floreali, talvolta erbacei e fruttati. E’ il tripudio dell’olfatto con le sue note di primavera e di estate. Ci si può sbizzarrire. Basta avere un minimo di competenze floreali o fruttifere per fare un figurone declamando i mille e uno aromi di questa bevanda. Per non fare scivoloni clamorosi al cospetto di qualche esperto enofilo memorizzate le basi olfattive e le note tipiche dei vitigni più noti e poi date spazio alla fantasia. La frutta sarà prevalentemente carnosa a nuance giallognola o bianca (i frutti vermigli sono perlopiù patrimonio dei vini rossi, non chiamiamoli in causa), fresca o anche in confettura. I più gettonati sono la pesca, in tutte le sue varianti, l’albicocca, la mela e gli agrumi. Sui fiori non c’è limite, sta a voi decidere se includere anche varietà olezzose come il crisantemo o il dente di leone, o se tirare in ballo varietà di vostra creazione (in questo caso nessuno oserà contraddirvi). Di certo con i fiori di biancospino andrete sul sicuro. Maneggiate con cura la rosa perché è tipica di alcuni vini: la bianca, generalmente appassita, definisce senza ombra di dubbio il Traminer/ Gewurztraminer, mentre la rosa canina il Brachetto, vino frizzante o spumante rosso. Nello Chardonnay e nel Sauvignon, tra i miei preferiti, tripudio di bouquet.

I vini bianchi sono un amico d’infanzia con cui non si sbaglia mai, il divertimento è garantito. Malleabili, freschi, ben si adattano ad ogni situazione.  Regola aurea da rispettare è la temperatura di servizio 6-10 gradi. Un bianco troppo caldo è come una donna alle terme con il trucco, carica di potenzialità ma devastata dal contesto (è così difficile l’equazione quintali di trucco+ acqua+vapore= panda sgommato?).
Non vi resta che aprire il frigo e iniziare a correre a piedi nudi in campi di fiori e frutti. Buon divertimento.