Paolo Nori
UNDICI TRENI
Peso: 225 gr.

Paolo Nori è uno scrittore che parla, non scrive.
Bastano un paio di righe per rendersi conto che il linguaggio di Nori va contro ogni regola letteraria, ogni stile che abbia un po’ di stile.
Dà quasi fastidio in effetti. Tutti quei “che io” per introdurre le subordinate, tutta quella punteggiatura che manca, ah no, eccola!, ma dove non te l’aspetti.
E tutte quelle parole inventate, quei nomi inventati, c’è il Tristobar e c’è la “regione dell’Asia minore”.

“Chi si crede di essere, una che si chiama Lidia? Cosa sei, una regione dell’Asia minore? Un regno dell’Età del ferro?”

C’è da portare pazienza con Paolo Nori, ma non per molto, è un attimo che ti inchioda sui binari di questa storia un po’ struggente, un po’ divertente.
Sembra un noir e un po’ lo è, questo piccolo libro alla sua prima edizione, di Marcos y Marcos.
Il protagonista di Undici treni è già noto ai lettori di Nori, si chiama Ermanno Baistrocchi, è uno scrittore appena uscito da quattro mesi di carcere ingiusto. È il bizzarro alter-ego dell’autore, solo che questa volta lo vediamo mettersi da parte, per muoversi nel genere del “manuale ritrovato”, diciamo così.
Baistrocchi infatti riceve dei file audio dal suo vicino di casa e, semplicemente, li sbobina: gli audio diventano, senza ritocchi, il corpo del libro.
Il vicino (e amico?) si chiama Augusto Stracciari, ma non sempre si è chiamato così. Di professione “fa i servizi” (per un’emittente televisiva), e chiama tutti gli scrittori “comici”.

Una cosa che non può sopportare, è quando gli chiedono “Come stai?” “Eh” risponde.

Quanto avrebbe voluto trovare l’occasione per rispondere “Male”.

Prima di sparire dalla circolazione, Stracciari lascia a Baistrocchi questi file audio in cui racconta in sostanza la sua vita. Sembra che Nori adotti per l’occasione lo stile parlato solo perché scrive una storia detta a voce. In realtà Nori fa sempre così. E se ci sembra di non farcela all’inizio, ché mancano le virgole al posto giusto, fidiamoci ancora un attimo, perché ci sono momenti in cui il racconto ci stringe il cuore e ci stupisce, che non sappiamo se ridere o piangere (vedi l’aneddoto del bidet al cap. 5).

Il testo, seppur breve, si divide in due parti. La seconda parte è quella più coinvolgente. In una specie di countdown, Stracciari inizia a scandire la storia per treni, non sappiamo come finirà, sappiamo solo che saranno undici.

Ce lo immaginiamo Stracciari, appassionato di silenzi, a registrare la sua voce che immaginiamo anche non si spezzi mai, nonostante i fatti raccontati. Lo immaginiamo con una luce pesante addosso, che già la voce è leggera.

Comunque dicevo, tra parentesi, del bidet. È il momento perfetto, è la scena perfetta, è il modo perfetto per eliminare la realtà attorno al lettore.