Tu, mio di Erri De Luca

Erri De Luca
TU, MIO
Peso: 137 gr.

“Voi italiani parlate come se cantaste” mi disse un giorno una persona – una di quelle che incontri una volta soltanto e di cui ti fideresti per sempre.
Erri De Luca me l’ha fatto ricordare tutto il tempo. Tutto il tempo avrei voluto leggerlo ad alta voce per sentire come suonava, come cantavo, perché sono certa che letto a voce alta il libro ha una melodia. Ne sono certa perché ho provato e ve l’assicuro, sembra una canzone. Erri De Luca sembra che le parole le peschi dal mare più profondo, inesplorabile, inimmaginabile. Le parole le prende lì al largo, attorno all’isola di Ischia, e ce le porta a galla, e noi non le conosciamo fatte così, non le abbiamo mai viste messe in fila così, mischiate al dialetto napoletano insieme ai suoni delle lettere in ebraico. Parole che una vicina all’altra non abbiamo mai sentito. Tanto che quando al protagonista viene detto semplicemente “Tu, mio” tutto si ferma. Tu, mio, niente di più essenziale, niente che si spieghi meglio di così. Tu, mio.
Attorno sono parole in musica, pescate dal mare, acchiappate dal vento, solo l’autore lo sa.
La storia può sembrare quella del primo amore alla salsedine. Sapete no… 16 anni, i falò in spiaggia, ma in questa storia c’è Nicola dietro al giovane protagonista. Nicola che gli insegna a pescare, a comunicare in silenzio quando si è in mare e a non aver paura, che gli racconta la guerra finita neanche dieci anni prima, Nicola che lo aiuta a come arrivare al segreto di Caia, la ragazza più grande di cui il giovane è innamorato.
Io nun capisco manco ‘o mare”, dice… No Nicola no, non è così. Tu sei stato maestro di tutto!
Una storia che ha i colori bruciacchiati, che odora di pesce e di sale, che scotta come la pelle sfiorata dalle meduse, che si attacca come la sabbia alla memoria di ognuno di noi, che quasi non si accorge di una storia che le sta accanto, sono gli anni ’50, per vedere la guerra basta girarsi indietro. Il ragazzo chiede a tutti, sempre, di girarsi indietro, perché vuole capire, perché sta cambiando, non riconosce la sua voce che a tratti è profonda, sta diventando uomo, e lo sta facendo guardando Caia.

“Caia era terraferma, storia femmina di un secolo che mi afferrava il bavero per amore e furia, ma non lì, non in mare.”

Già, non lì, Caia lo ha portato in altri anni, in altri luoghi, forse addirittura dentro ad altre persone.
E alla fine arriva lo scirocco, che “Non è un vento, lo scirocco è una rabbia”, porta via l’estate e le canzoni, “afferra la testa, non la fa ragionare”, e lascia spazio alla furia, la stessa del finale che, comunque, non può correggere il passato.

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