Sogni di Bunker Hill di John Fante

John Fante
SOGNI DI BUNKER HILL
Peso: 152 gr.

Animale. Jonh Fante è animale. Animale nel senso fisico di quel soffio che dà vita alla vita, quell’istinto primitivo di esserci qui e ora, irrazionalmente, a prendersi tutto perché all’animale non basta mai, vive in funzione dei suoi sensi, da alimentare sempre, e ancora, e ancora. Perché quello è tutto ciò che ha davvero, in fondo, i suoi sensi, la sua anima.
La sua scrittura o la sua vita? Non lo so a cosa di John Fante sto pensando, non so nemmeno di chi sto parlando, se dello scrittore o del suo personaggio Arturo Bandini, ma è uguale. È tutto un unico battere di cuore. Le vicende sono le stesse: quelle di una vita – all’inizio nei panni di un cameriere – perennemente alla ricerca di un posto nell’olimpo dei grandi scrittori, con la voglia di arrivare pensando già di essere arrivati perché di autostima ce ne deve pur essere quando ti metti a gettare inchiostro destinato a qualcuno. E allora con quella spavalderia che ti fa accettare tutto ma anche gettare tutto all’aria, con quella fame e quella rabbia per tutto ciò a cui si dà la colpa quando fai fatica, Arturo Bandini si piazza a Bunker Hill, quartiere di Los Angeles, a cercare fortuna, fortuna che lo sfiora con qualche occasione hollywoodiana. Scrive sceneggiature per il cinema, salvo poi fottersi tutto perché lui fa così, dice “ti odio” e scappa, dice “ti amo” e scappa. Rimane solo quando c’è da perdere un mucchio di soldi a una partita di scacchi. Ma non ha paura Bandini, solo non ci pensa alle conseguenze e fa quel che gli pare con la disperazione di uno che fa tutto con sentimento (finché c’è). Ama le donne più improbabili, in maniera animalesca, si dichiara subito senza giri di parole perché lui è sicuro, e quando proprio non lo è, beh… prega, col ricatto ovvio – chi non l’ha fatto? – qualcosa tipo:

Per favore, Signore, fai qualcosa per quell’incarico. Non ti ho mai chiesto nulla per anni. Fai questo per me e io ritornerò per sempre in seno alla Madre Chiesa.

Sogni di Bunker Hill è l’ultimo romanzo di John Fante, che riprende dopo più di quarant’anni la saga di Arturo Bandini (iniziata nel 1933 con La strada per Los Angeles), con la stessa passione e vitalità, lo stesso realismo sporco, l’ironia e la drammaticità, il tormento, la sfrontatezza di questo antieroe abruzzamericano sognatore. Che tenerezza la sua lotta con l’amore e l’odio per Los Angeles che perché fa così? Perché lo respinge “come un orfano indesiderato” e poi lo attira di nuovo a sé, in quell’hotel sulle colline di Bunker Hill? Che bellezza questo suo modo di amare, tutto in un lampo, come l’ispirazione letteraria, che se c’è, stai! E dici subito “ti amo”, se no te ne devi andare… “Quando sei bloccato, battitela”!

Questo libro è un istinto animale, scanzonato, struggente. La scrittura di John Fante non perde tempo, è semplice da subito, viscerale, leggera e coraggiosa. Una ricchezza letteraria dimenticata per un po’, incompresa forse soprattutto in Italia, finché Charles Bukowski non dichiarò di aver pensato a un miracolo leggendo Chiedi alla polvere, per conferire infine a Fante la giusta gloria, facendolo ripubblicare dal suo editore. E così Sogni di Bunker Hill nacque, aggrappandosi all’ultima energia di un Fante cieco per la malattia, che va dettando alla moglie Joyce, con la stessa passione e credibilità, la conclusione della saga di Arturo Bandini.
Per John Fante diciamo grazie a Bukowski… e viceversa. E adesso come si fa a non voler leggere tutto, pazzi come siamo di questi due?

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