Novecento. Monologo di Alessandro Baricco

Alessandro Baricco
NOVECENTO
Peso: 76 gr.

 

Novecento è un incantesimo.
Poco più di cinquanta pagine che ti lasciano lì a ondeggiare ad occhi chiusi sentendo l’odore del mare e una musica che non esisteva prima. Un libro che è un attimo. Giusto il tempo di incantare la storia di Novecento, e lasciarla indelebilmente dietro di sé.
Danny Boodman T.D. Lemon Novecento è il nome straordinario del protagonista di questo monologo di Alessandro Baricco. Ed è  il nome del più grande pianista del mondo.
Danny Boodman T.D. Lemon Novecento è un nome perfetto, bellissimo, scelto con una solennità e una leggerezza commoventi.
Abbandonato da neonato su un transatlantico, il Virginian, Novecento visse sulla nave senza scendere mai.

“L’Oceano è casa sua. E quanto alla terra, be’, non ci aveva mai messo piede. L’aveva vista, dai porti, certo. Ma sceso, mai. (…) Non aveva patria, non aveva data di nascita, non aveva famiglia.”

Alla morte dell’uomo che in qualche modo lo aveva adottato, Novecento aveva otto anni e riuscì a sfuggire al volere del comandante di ufficializzare la sua esistenza, e dopo giorni in cui sembrava essere sparito per sempre, si presentò nel salone da ballo della prima classe. Così, piccolo com’era.

“E,
com’è vero Iddio,
stava suonando.
Suonava non so che diavolo di musica, ma piccola e… bella.”

Da allora e per oltre vent’anni continuò a suonare, “suonava una musica che non esisteva”. Suonava per far ballare la gente, “perché se balli non puoi morire”, suonava per ballare lui stesso, quando – immaginate la scena – col mare in burrasca sbloccava le rotelle al pianoforte per “danzare con l’Oceano, noi e lui, ballerini pazzi, e perfetti, stretti in un torbido valzer, sul dorato parquet della notte. Oh yes.”

Tutta la vita su quella nave, eppure Novecento era un grande viaggiatore, viaggiava spiando la gente che passava sul Virginian, conosceva perfettamente i colori e gli odori delle strade delle città, da New York a Parigi, viaggiava rubando l’anima dei passeggeri. “Viaggiava, lui”.
Poi decise di scendere, per vedere il mare. Sì, per vedere il mare. Ma scendendo vide qualcosa, anzi non vide una cosa, una cosa che gli 88 tasti del suo pianoforte avevano… un limite.
Il monologo ha la voce di Tim Tooney, il più grande amico di Novecento, che sul Virginian rimase sei anni, a suonare la tromba. Ma lui poi scese. Erano gli anni tra le due guerre, anni devastanti, anche per il Virginian, che non ce la faceva più a rimanere intatto, ma Novecento sosteneva che “Non sei fregato veramente finché hai da parte una buona storia, e qualcuno a cui raccontarla”. Così diceva al suo amico, seduto su tutta quella dinamite.

Baricco scrisse il monologo nel 1994 pensando a una messa in scena teatrale, ma anche a un racconto da leggere ad alta voce. Nel 1998 Giuseppe Tornatore ne trasse un film, “La leggenda del pianista sull’oceano”.

Alessandro Baricco usa le parole come Novecento l’Oceano, è un muoversi dentro, insieme, “ballerini pazzi, e perfetti”. Uno incanta le storie con le parole, l’altro la musica con le note, e a noi non rimane che sentirne la mancanza – di chi o che cosa non si sa – quando le parole di Baricco finiscono insieme alla storia di Novecento.

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