L'avversario di Emmanuel Carrère

Emmanuel Carrère
L’AVVERSARIO
Peso: 247 gr.

A volte si cerca di capire se ne vale la pena proteggere certi segreti a costo di mentire. Se certe bugie è meglio dirle per godersi quel che rimane nascosto. E se dietro invece non c’è nulla? Se una bugia diventa sempre più grande, grande quanto la vita stessa… e dietro non c’è nulla? Non c’è motivo, non c’è godimento, non ci sono vite parallele, non c’è un alter ego che approfitta di essere coperto da una menzogna. Niente. C’è solo una bugia, enorme!

Jean-Claude Romand, uomo mite e gentile, efferato omicida di sua madre, suo padre, sua moglie e i loro due figli. Detenuto mite e gentile. Jean-Claude Romande, se stesso, ma anche L’Avversario.
È così evidente col senno di poi la piccolissima, lontanissima, prima bugia, ma è difficile capire come dal mentire su un esame non dato all’università si possa costruire una vita come brillante ricercatore medico all’Oms a Ginevra, e convincere tutti. Una posizione prestigiosa, una famiglia benestante e amorevole, degli amici fidati. Tutto finto, ma solo agli occhi del protagonista. Per diciotto anni tutti quanti ci credono e vengono traditi dalla sua personalità così limpida e riservata. Un tradimento che costa molto: la vita di cinque persone. Le bugie diventano insopportabili, “in-supportabili” e così Romand uccide tutti.

“Nessuna donna poteva amarlo per quello che lui era veramente. Si chiedeva se esistesse al mondo verità più inconfessabile, se mai un uomo si fosse vergognato tanto di se stesso”.

La storia si coinvolge da sé, la vicenda è vera, ed è atroce. Ma dobbiamo anche parlare di Emmanuel Carrère, del suo modo di raccontare, perché se da un lato non ci sono stati dubbi su come compiere una tragedia, diversi ce ne sono stati su come raccontarla. Da quale punto di vista? Con quale giudizio? Lo scrittore francese già deve fare i conti col fatto che ha scelto di stare a contatto con l’assassino per ricostruire la vicenda – “Era a lui che riservato le mie attenzioni, perché volevo raccontare quella storia e per me era la sua storia” -, è davvero necessario che prenda una posizione? Non lo fa, racconta con abilità giornalistica i momenti della vita di Jean-Claude Romand, uomo mite, spietato omicida della sua famiglia. Il libro rimane asciutto dal punto di vista narrativo, i fatti sono già abbastanza intrisi e sporchi di sensazioni, sfumature, contrasti, terribili follie. La neutralità di Carrère è indispensabile, è quasi un sollievo. Per noi, lui di certo sollevato non lo è:

“Ho pensato che scrivere questa storia non poteva essere altro che un crimine o una preghiera”.

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