In Italia una donna su tre, in una età compresa tra i 16 e i 70 anni,  è vittima di una violenza fisica o psicologica. Il 35% non sporge denuncia e sceglie il silenzio; intanto da gennaio ad oggi 100 sono le donne uccise in Italia per mano di uomini.

Ciò che sconvolge è appurare come tanti giornalisti, scrittori, politici ed educatori continuino a definire “passionali”  i delitti contro le donne. Cosa c’è di passionale in un omicidio efferato? Quanta passione esiste nel cuore e nella mente di un uomo  che per affermare  il proprio dominio sceglie la violenza?

Ho letto un libro che si chiama “Donne che amano troppo”, parla di donne che spesso si innamorano degli uomini sbagliati e che sperano inutilmente di riuscire a cambiarli. E’  un libro che spiega come educare la donna alla scelta dell’uomo e dell’amore giusti e le aiuta  a riconoscere le   varie forme di violenza e quindi a rompere quel silenzio dietro il quale spesso trincerano le loro paure.

Il libro a mio avviso è geniale, ma mi ha offerto lo spunto per una riflessione più profonda.  Perché oggi si pensa che la migliore misura per combattere la violenza contro le donne  sia la capacità di saper riconoscere la violenza, cioè perché la nostra società crede che il saper riconoscere una qualsiasi forma di violenza sia la strada giusta verso un cambiamento finalizzato alla tutela delle donne? Rompere il silenzio e denunciare un atto violento non ha certamente ridotto nel corso di questi anni il numero delle donne uccise.

Alla manifestazione contro la violenza sulle donne a Roma nel 2009 uno slogan così recitava: “no ai violenti, no ai maiali, ci piacciono gli uomini post patriarcali”.

Il femminicidio, purtroppo, è radicato nella disuguaglianza di genere, negli stereotipi che  i mass media ci offrono, nella necessità vergognosa di usare un corpo femminile nudo per pubblicizzare una ditta di sanitari, nell’immagine ormai arcaica di una donna che sia il focolare della famiglia e la crocerossina del proprio marito e gli uomini patriarcali sono quelli che non riescono ancora a superare certi clichè.

E’ l’uomo che va educato, non la donna e, purtroppo bisogna constatare che lo Stato, ahimè, è fermo. Non basta aver firmato la  convenzione di Istanbul (il Trattato internazionale sulla prevenzione e sulla repressione della violenza sulle donne e della violenza domestica), è necessario concretizzare gli interventi perché noi donne siamo stanche di sentire usare un linguaggio sessista, stanche scegliere di non avere figli per la paura di essere licenziate o  di varcare la soglia di un consultorio per abortire se troviamo ad attenderci un medico che ci  picchia. La violenza, in tutte le sue forme, va combattuta alla radice. L’urgenza primaria oggi è quella di educare l’uomo al rispetto della donna e dei suoi diritti ed è necessario forse  che l’educazione parta  dai luoghi in cui inizia a formarsi il carattere dell’individuo, nelle scuole, per esempio, attraverso l’educazione sessuale, attraverso l’ educazione al genere e alle sue uguaglianze e disuguaglianze, attraverso l’educazione alla parità dei diritti, solo così è possibile  formare un individuo diverso, sia esso uomo o donna, un individuo che abbia la “passione” del rispetto delle donne in tutte le sue forme e che l’unico delitto passionale capace di compiere sia l’uccisione degli stereotipi di genere, responsabili da sempre della morte violenta di tantissime donne.