L’abbagliante splendore del buio assoluto

Quando fa così caldo che tutto scoppia di luce, acceca lo sguardo, inonda i palazzi e le strade rendendoti bersaglio facile in pieno campo aperto, io mi chiudo in casa e abbasso tutte le serrande. Quello che è sempre stato per me un temuto nemico, il buio, improvvisamente m’appare fragile e caro. Mi lascio avvolgere dal suo fresco abbraccio e, chiusa nel mio bunker, m’invento una piccola notte insonne dove sono costretta a guardare vecchi film in bianco e nero a volume moderato.

Questo piccolo inganno che concedo a me stessa mi regala l’illusione di governare il tempo e le stagioni, come quando da bambina mio padre in autostrada s’ infilava in una lunga galleria e io mi sentivo protetta da quel buio improvviso e arancione, libera di lasciarmi andare al sonno, nella pancia di un serpente di cemento che finiva sempre con l’aprire la bocca e sputarmi fuori.

Ad ogni modo i film in bianco e nero goduti nella sala da pranzo in completa privazione di luce mi fanno sentire fresco, qualunque sia la stagione e a volte addirittura un freddo polare, che di questi tempi è proprio quello che ci vuole.

Michelangelo Antonioni lo conosciamo. O si ama o si odia, come tutti i geni. Il mio è stato un amore tardivo, di quelli che non iniziano con scoppi di fuoci d’artificio, bensì con una fiammella tenue, che la conoscenza alimenta, fino a renderla un fuoco che divampa eternamente. Me ne sono innamorata piano piano, leggendo le sue interviste e le sue biografie, tentando di farmi prestare i suoi occhi taglienti, poetici pure nel rigore della geometria.

Per un esame guardai tutti i suoi film. In una settimana. Dopo quella full immersion il mio sguardo era diverso, come velato di una coltre di impenetrabilità, come se le cose fossero diventate immense e maestose e gli spazi aperti claustrofobici e soffocanti e le persone mute e caotiche dentro, e alla fine tutto fosse sul punto di esplodere nell’indecenza del colore e in una canzone dei Pink Floyd. Come quando si esce dalla galleria, mentre la luce ti invade, la radio ricomincia a suonare.

Nella fase di buio L’Eclisse mi ha conquistato. La notte è calda, densa di parole e degli aliti degli amanti, Alain Delon è più di un giocatore di Borsa e Monica Vitti cede agli abbracci. La notte, il mondo interiore è in Antonioni pieno di luce. Il giorno ci si sveglia già distanti in una Roma del futuro, De Chirico alla porta, macchine finite nei laghi artificiali, nessuno per la strada, solo palazzi, palazzi giganti come persone, palazzi che parlano ma non sanno parlare, e improvvisamente perdiamo la parola pure noi. E mentre la notte splende di luce, il giorno, beh, il giorno è un carcere a cielo aperto, il giorno è una condanna e odora dell’aria ferma prima del terremoto.

Un appuntamento preso appena prima del sorgere del sole resta lì, sospeso a mezz’aria in un lembo d’ombra incerta. Nient’altro che un vuoto soffocante nello spazio dove prima ci ergevamo in piedi, nelle nostre strade, nei nostri corridoi, nelle stanze in cui lo sguardo ancora si ostina a cercare. Ma niente.

Il sole splende più forte che mai, si frappone tra noi e noi stessi, ci oscura. L’Eclisse.