Questa mattina mi son svegliata che avevo voglia di parlare di Lena Dunham. Fino alla terza serie di Girls la seguivo su Instagram, ho persino letto il suo memoir imperfetto, Non sono quel tipo di ragazza, ma che tutto sommato aveva ragion d’essere. E fino a poco tempo fa quando mia sorella e le mie amiche la attaccavano senza pietà, rispondevo che sì, forse avevano ragione, ma lei, Lena, un merito ce l’aveva:

quello di essere stata tra le prime a portare temi prettamente femminili (e femministi) alla ribalta.

Come il suo memoir anche le prime tre serie di Girls avevano una vaga ragion d’essere: c’era new York, c’era il sesso, c’era l’accettazione di sé, la body positivity e anche un personaggio, quello di Hannah Horvath, interpretata dalla stessa Dunham, irrisolto, caotico, vestito malissimo eppure affascinante perché diverso da tutto quello che era apparso in televisione fino ad allora. Si può dire che fossero gli albori delle conversazioni pop sul femminismo moderno.

E poi? E poi mi sono stufata, ogni singola scelta dei personaggi di Girls mi irritava e ho deciso di smettere. Sono una delle poche, forse, che non ha ancora visto il famigerato finale di serie (ne abbiamo parlato qui) e che si è persa tutto il potere predittivo di quella conversazione. Ma Lena Dunham andava oltre Girls: ad un certo punto si è messa in testa di essere davvero la voce della sua generazione e ha cominciato ad esprimere pareri su tutto, a fare campagna per Hillary Clinton (sappiamo poi come è andata), ha fondato la newsletter Lenny e ha perso colpi su molti fronti.

Il suo schema consolidato è: mi dichiaro femminista, dico una stupidaggine e poi mi scuso. 

Giusto qualche giorno fa Vulture ha pubblicato una rapida guida a tutte le volte in cui Lena Dunham s’è dovuta scusare battendo i ritirata dopo una dichiarazione pubblica.

Lena Dunham si espone (male) sulle violenze sessuali

È arrivata a dire che le dispiaceva non aver subito un aborto, altrimenti avrebbe capito ancora meglio cosa provano le donne (eh?!), ha messo bocca nella questione Cosby tirando in mezzo persino l’Olocausto (Cosa??!) e alla fine è stata accusata di farsi portavoce solo del femminismo bianco, quello del privilegio. La perla vera, però, è l’ultima dichiarazione. Dopo aver ripetuto più volte che “le donne non mentono mai quando parlano di stupro”, invitando tutti a smetterla con le conversazioni complottiste sulle violenze sessuali che tanto fanno parlare ultimamente, s’è affrettata a dichiarare che il suo collaboratore in Girls, l’autore Murray Miller, appena accusato di violenza sessuale, rientra nel 3% dei casi in cui l’accusa era un falso.

“Forza donne, fatevi avanti e denunciate, possiamo vivere in un mondo migliore. Però se toccate il mio amico sicuramente mentite”.

Lo sport mondiale più amato, il massacro via Twitter, ha vissuto uno dei momenti più frenetici della sua storia. Lena Dunham è stata sbugiardata, criticata (anche in maniera intelligente), offesa (immancabilmente) e demolita. L’America per un attimo s’è trasformata in Italia, la terra in cui se denunci una molestia sessuale sei colpevole a prescindere. Il giorno dopo immancabilmente è venuta fuori con la scusa più vecchia del mondo: “Avrei dovuto pensarci meglio prima di parlare”. La solita mossa dello schema Dunham per l’esposizione mediatica.

Perché questa frase è stata così grave? È umano sentire il bisogno di difendere un collega, amico, conoscente, marito di fronte ad accuse del genere, è fisiologica l’incredulità e il tanto citato “beneficio del dubbio”. Quello che non è giustificabile, invece, è il cambio repentino di posizione, il voltagabbana della femminista amica di tutte le donne fissata con “l’empowerment” che quando vede toccata la sua sfera, la sua élite, mette tutto in discussione. C’è in gioco una conversazione molto più ampia, quasi epocale sul tema delle molestie, degli abusi di potere e sessuali e il rischio è quello di delegittimare la figura della vittima della violenza. Lena, ovviamente, l’ha fatto.

Vanità o incapacità di ragionare prima di emettere un comunicato?

L’analogia con l’Italia: il caso Brizzi

Ironia della sorte, questa è una conversazione che è avvenuta anche in Italia a proposito del caso Fausto Brizzi (ne abbiamo parlato qui). Dopo l’accusa, la gogna mediatica come è stata definita da qualcuno, è stato tutto un fiorire di difese d’ufficio (Nancy Brilli e Monica Bellucci per esempio), quasi a voler dire “Se queste ragazze l’accusano è perché se la sono cercata”, concetto che ha spento ogni sogno di gloria delle donne italiane. Forse si stava iniziando davvero a parlare di molestie, di violenza anche in Italia e forse stavamo superando la fase disgustosa delle invettive contro Asia Argento. Invece no, le difese d’ufficio Dunham style hanno riportato tutto su un piano ben preciso: c’è uno schema di potere che non potete cambiare e se ci provate ancora ritorno a spiegarvi come il mio amico sia puro e devastato dalle accuse (“Provato e dimagrito” come in un titolo del Corriere della sera, edizione web) spostando completamente il focus della conversazione.

Il ruolo del white feminism, il femminismo dell’élite

E mentre in Italia bisticciamo ancora su accuse, gogne, metodi giornalistici e donne di malaffare, in America si fanno passi differenti. Il caso Dunham è diventato il nuovo punto di partenza per le conversazioni sul white feminism, il femminismo che parla solo alla classe privilegiata, e su un nuovo termine, l’hipster racism, coniato da una ex autrice di Lenny, Zinzi Clemmons. Per la Clemmons è tempo che le donne, soprattutto quelle di colore, prendano ufficialmente le distanze dalla Dunham. Colpevole non solo del suo femminismo parziale e delle scuse ad orologeria, ma anche di sbandierare il suo elitismo. E rivela che lo stesso schema di comportamento adottato per l’accusatrice del suo collaboratore s’è già verificato in passato e lei ne è stata testimone.

Spesso la Dunham (assieme ad altre celebrity) è stata accusata di interpretare il femminismo un po’ come le pare, quasi come fosse un brand personale o terreno di contrattazione, campagne di marketing e prodotti must have (Marketplace feminism come definito in un interessante libro di Andi Zeisler, We Were Feminists Once: From Riot Grrrl to CoverGirl, the Buying and Selling of a Political Movement), e di ritrattare poi rovinosamente quando le cose si facevano complicate.

Come è stato possibile, allora, questa auto elezione a portavoce delle donne? Manie di protagonismo o, semplicemente, Lena si è troppo abituata a riempire un buco di comunicazione (quello dell’epoca della prima serie di Girls), in cui ora è chiaramente fuori posto?

Non è questione di razzismo da femminista purista, si tratta di semplice buon senso e capacità di arginare l’insopprimibile necessità di dare una opinione da leader di un movimento “tutto suo”.

Femminismo vuol dire anche ragionare prima di prendere posizione

Cosa si può imparare, allora, da questo enorme (ed ennesimo) polverone che la cara Lena ha innescato? Innanzitutto ribadire il valore del silenzio come dicevamo qualche giorno fa, la necessità assoluta di avere più elementi prima di giudicare, difendere ed esporsi sugli avvenimenti in corso. E poi anche una autoanalisi in quanto femministe. Posto che non esiste un codice di comportamento della brava femminista, quello che però esiste è il principio di inclusività e intersezionalità del movimento, lo stesso che deve garantire il sostegno per ogni individuo che denuncia una violenza. E nel dubbio? Cautela o silenzio, Lena.

My feminism will be intersectional or it will be bullshit

(Flavia Dzodan)

Per approfondire

Più delle Iene e dell’indignazione. Cosa può combattere le molestie

Le regole della brava femminista

A Brief History of Lena Dunham Being Sorry

Former Lenny Letter writer Zinzi Clemmons denounces Lena Dunham, accuses her of “hipster racism”

(Cover: credits Forbes.com)