Parigi è come una matrioska che si lascia scoprire poco alla volta, che non rivela tutto subito, o forse, che rivela a chi ha la curiosità di cercare e la pazienza di soffermarsi.

Gente-traffico-luci-negozi-bar-ristoranti-boulangerie ovunque, tanto che ti chiedi come sia possibile che ci sia sempre qualcuno  intorno a te, sempre del movimento, sempre del vociferio; tanto da farti a volte perdere la direzione, perché mentre tu vorresti camminare con i piedi leggeri, vedi che tutti intorno sono indaffarati, sanno bene dove andranno e per quanto ci staranno e pestano i piedi sull’asfalto e… anche aspettare che sia verde pare troppo, una perdita di tempo in quella tabella di marcia che a volte ti sta stretta e che ti fa sentire in difetto, persino smarrita alle volte, aggredita molto spesso. E poi, come un porticato che non avevi visto ti ripara salvandoti dalla pioggia, proprio quando non ci speravi più, così arriva la più piccola delle bambole che compongono questa matrioska a tenderti la mano e ti ritrovi, un passo più avanti, in un altro mondo, di cui solo tu hai la chiave e in cui, per entrare, ti viene quasi da abbassare la testa per farti più piccola, tanto ti appare sorprendentemente diversa questa nuova dimensione.

Questo e tanto altro ancora è per me il Passage de l’ Ancre, luogo a cui sono affezionata e a cui un giorno dedicherò il progetto di immortalarlo tutti i giorni durante tutto l’arco di un anno, sempre alla stessa ora.

Parigi è famosa per i suoi “passaggi segreti”, ma questo è diverso perché non ha architetture imponenti, non ha un aspetto austero e monumentale, non ci sono vetrate, né caffè storici. E’ un passaggio, privato la sera e nei weekend e se no aperto a tutti. Un passaggio che unisce due vie, rue Saint Martin e rue de Turbigo.

Basta oltrepassare il pesante portone di legno blu per essere catapultati in un luogo senza tempo, in cui le ore e le stagioni sono scandite dalla luce che entra e che si fa spazio tra i muri e le piante. E’ un giardino infatti: piante, arrampicanti e fiori che cambiano aspetto e colore con il succedersi dei mesi.

L'ancora, il simbolo che ha dato il nome al passaggio.

L’ancora, il simbolo che ha dato il nome al passaggio.

Il suo nome viene da un simbolo, che era già lì prima della rivoluzione francese, un’ancora per l’appunto, che oggi si trova sopra il portone di uno dei palazzi che si affacciano sul vicolo.

Qui c’è silenzio, ci sono colori, s’incontrano persone che vi passano per abbreviare il tragitto, altre che vi fanno capolino incuriosite e che scattano timide qualche foto, altre che vi abitano o che lavorano nei vari uffici-laboratori e che hanno l’incedere più deciso, di chi è di casa.

Solo qui poteva trovare la sua dimensione una delle più antiche boutique di Parigi, Pep’s, il cui proprietario da anni si dedica all’attività, ormai desueta e perduta, del creare e riparare ombrelli. A me piace solo il pensiero che ci sia ancora gente che si reca da lui per riparare il suo ombrello, senza volerlo buttare, senza la fretta di sostituirlo, ma per ripararlo. E lui aggiusta e crea, riciclando da ombrelli da buttare, un circolo infinito e una maestria che si tramanda da così tanto da essere l’unico atelier del genere a Parigi e in Europa, difeso dall’associazione dell’Entreprise du Patrimoine Vivant.

In più lui, il nostro “mastro ombrellaio”, incanta con le sue spiegazioni, lungi dall’essere il Geppetto malinconico che parla dei giorni andati stordendo, niente affatto, è attivo, non perde tempo, sembra scorbutico, ma quando parla della sua passione gli occhi brillano e soprattutto è impressionante quante cose ci siano da conoscere sull’arte del ridar vita a un ombrello.

Pep's la boutique (photo credit: wikipedia.com)

Pep’s la boutique (photo credit: wikipedia.com)

Giusto di fianco a lui – buffo il binomio – c’è l’atelier di un personaggio singolare, Fred Chesneau, che a me all’inizio non diceva niente, ma che pare essere un’ex celebrità della tv francese che ha deciso a un certo punto di lasciare tutto per dedicarsi alla sua vera passione, la cucina. Qui il suo atelier, Globe Cooker, dove sperimenta per poi tradurre tutto in libri sulle cucine del mondo, per girare filmati per i suoi dvd o per allestire corsi di cucina ad hoc. Lui si che è scorbutico, saluta appena, ma è bello da vedere perché è capace di essere intento ad impastare alle 6 del mattino e quando è nervoso fuma isterico sulla panchina davanti al suo ingresso. Impenetrabile, si vede ma è come se fosse altrove. C’è e non c’è e quando non c’è è perché parte a fare ricerche per il mondo.

L'atelier Globe-Cooker

L’atelier Globe-Cooker

Bello il binomio tra i due, passato e presente, tradizione e mondanità, chissà cosa si dicono o se s’ignorano. Di sicuro condividono il bello dell’aver seguito una passione.

Tutto questo in poche centinaia di metri di ciottolato e piante e colori. Poche centinaia di metri prima di rituffarsi nel caos di poco prima, chiedendosi se è vero quello che abbiamo visto o se fa parte della nostra immaginazione.

Passage de l’Ancre, entre rue saint Martin et rue de Turbigo
Metro : Réaumur-Sébastopol ; Arts et Métiers

_
Tutte le cosebelle di Parigi le trovate qui!