Che quest’anno l’andamento delle premiazioni cinematografiche tanto attese fosse prevalentemente politico si era capito già da sfilate in abiti neri ai Golden Globes, movimenti come Time’s Up e le numerose vittorie di Three Billboards Outside Ebbing, Missouri. Perciò che questo atteggiamento si confermasse anche per le candidature agli Oscar c’era da aspettarselo, seppure in alcuni casi potrebbe creare qualche noia.

Sorvolando sulle candidature più tecniche, dove si spera di vedere premiati grandi talenti come Kazuhiro Tsuji che ha realizzato il make up di Churchill in Darkest Hour o i bellissimi costumi di Phantom Thread, arriviamo a tutto ciò che è avvenuto dall’annuncio delle candidature al miglior attore non protagonista in poi.

Christopher Plummer torna imperterrito proprio in questa categoria e spero sinceramente di non essere l’unica a domandarmi sul perchè: è una forma di ringraziamento per essersi fatto un mazzo tanto per recuperare il pasticcio di Kevin Spacey? Oppure è una nomination per onorare un attore con una grandissima carriera? Nel dubbio, l’aspettativa è che rimanga solo un nome in una lista e un applauso durante la cerimonia, senza nulla togliere alla sua bravura.

Sempre nella stessa cerchia di candidati, spuntano nomi nuovi come Woody Harrelson, che cercavo curiosamente nelle liste delle precedenti premiazioni ma che è spuntato solo con i recenti Screen Actors Guild Awards. Poco importa, Woody rischia di fare la stessa fine di Plummer, perchè Sam Rockwell rimane il vincitore che tutti ci aspettiamo.

Altre novità ci sono anche nella categoria delle nomination per il premio alla miglior attrice non protagonista: Lesley Manville in Phantom Thread  convince l’Academy molto di più di quanto abbia convinto le associazioni delle altre premiazioni e si aggiunge in una categoria dove, come sopra, si sa già che il vero duello sarà tra la Metcalf in Lady Bird e Janney in I, Tonya. La seconda ha già vinto tutto ciò che poteva vincere, la prima sarà in grado di riprendersi all’ultimo?

Il gruppo di nominati con in sé tante novità è quella per la regia, una rosa di candidati che definirei un riscatto a tutto ciò che è stato detto e fatto nelle scorse settimane: finalmente Greta Gerwig e Jordan Peele vengono riconosciuti per il loro fantastico lavoro, dopo essere stati snobbati con grande dispiacere di tutti ai Golden Globe, diventano rispettivamente la quinta donna candidata e il quinto regista afroamericano candidato nella categoria. Che questo cambi una vittoria piuttosto plausibile di Guillermo del Toro?

Nulla da dire sulla categoria del premio alla miglior attrice protagonista che è già nelle mani di Frances McDormand, così come quello per il miglior attore protagonista in quelle di Gary Oldman.

Poi ci sono gli esclusi, la categoria con cui tendo sempre a empatizzare di più e dove spesso finiscono i miei preferiti della stagione: sparito dai radar The Greatest Showman; Spielberg, Tom Hanks e la storia del Washington Post non convincono abbastanza, così come Michelle Williams, che sa il fatto suo ne All The Money In The World; regnano soprattutto i nomi di Armie Hammer, che si è visto rubare il posto da Plummer citato sopra. Luca Guadagnino, ha mancato la Candidatura come miglior regista ma accompagnerà James Ivory, candidato come miglior sceneggiatura non originale, il giovane Chalamet, candidato come miglior attore protagonista, e il film, nella rosa dei migliori film. Ci potremmo chiedere perché non abbia trovato lo spazio che ritengo di gran lunga meritasse, ma la realtà è che tra esordi e messaggi politici una storia d’amore omosessuale bella e poetica come quella non sembrava altrettanto allettante.

Nel frattempo riascoltiamo volentieri il capolavoro di Sufjan Stevens che qualcuno dell’Academy ha ascoltato e gli ha regalato una bellissima candidatura come migliore canzone, che è già in sé una grande vittoria.